martedì 28 febbraio 2012

Quaresima 2012: Messaggio di S.Santità Bartolomeo Patriarca Ecumenico di Costantinopoli




+ B A R T O L O M E O

PER GRAZIA DI DIO

ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI – NUOVA ROMA

E PATRIARCA ECUMENICO

A TUTTO IL PLEROMA DELLA CHIESA, GRAZIA E PACE DA GESU’ CRISTO SIGNORE E SALVATORE NOSTRO E DA PARTE NOSTRA PREGHIERA, BENEDIZIONE E PERDONO


“Con letizia accoglieremo fedeli, il messaggio divinamente ispirato del digiuno”


Amati Fratelli in Cristo e Figli nel Signore,

Durante l’ultimo periodo si osserva un aumento delle inquietudini. Spuntano molti problemi. Il mondo soffre e cerca aiuto. Attraversiamo di fatto una prova generale. Altri la chiamano regressione economica, altri crisi politica. Per noi è una devianza spirituale. Ed esiste una terapia. Si danno molte soluzioni e si sentono opinioni. Ma i problemi restano.
L’uomo si sente abbandonato e solo. Viene ignorata la sua più profonda natura. Resta nella amarezza di una mancanza di chiarezza e della disperazione.
Le soluzioni proposte, se mai hanno una qualche direzione o esito, non redimono l’uomo, in quanto fin dall’inizio lo lasciano prigioniero della corruzione e della morte. La Chiesa è il Signore Teantropo, il liberatore delle nostre anime. Entrando l’uomo nello spazio della Chiesa, entra nel clima della divina invocazione, della riconciliazione del cielo e della terra. Viene nel proprio. Calma il suo spirito. Trova una bellezza celestiale ed una maturità spirituale “di ispirata soavità che riempie i confini del mondo”. La Chiesa conosce tutte le cose per cui soffriamo. Ed ha la forza di liberarcene. Ci chiama alla conversione. Non abbellisce la menzogna, né nasconde le cose brutte. Dice tutta la verità. Ed esorta l’uomo ad affrontare la realtà così com’è. A prendere coscienza che siamo terra e cenere.
Nel Grande Canone di San Andrea vi è una parola per le lacrime della conversione ed il pianto del lutto, il dolore delle ferite. Ma segue il riposo dell’anima e la salute dello spirito. C’è il Creatore e Salvatore nostro. Egli stesso per la grandezza della sua misericordia ci ha posto al confine della incorruttibilità e della mortalità. Non ci ha abbandonato. E’ venuto e ci ha salvati. Ha distrutto con la Sua Croce la morte. Ha donato a noi la incorruttibilità della carne.
Dal momento che siamo connaturali a Cristo, perché siamo inutilmente turbati? Perché non accoriamo a Lui? La Chiesa non fa commenti sulla corruzione, né ci abbandona ad essa. Conosce le più profonde inclinazioni dell’uomo e viene come soccorritore e redentore nostro. Abbiamo bisogno del nutrimento. Ma “non di solo pane vive l’uomo” (Mt. 4,4). Abbiamo bisogno della comprensione spirituale, ma non siamo incorporei. Nella Chiesa troviamo la pienezza della vita e della comprensione , quale equilibrio teantropico (divino-umano). Lontano da Dio l’uomo si peggiora e si fuorvia.
Lì dove abbondano i beni materiali e si divinizza lo spreco, prosperano le tentazioni degli scandali e la confusione delle tenebre. Lì dove l’uomo vive con timore e accoglie tutto con riconoscenza e gratitudine, tutte le cose vengono santificate. Il poco viene benedetto in quanto sufficiente e il corruttibile si riveste dello splendore della incorruttibilità. L’uomo accoglie ciò che è momentaneo come un dono di Dio. E si nutre col pegno della vita futura fin da oggi. Non solo si risolvono i problemi, ma anche le pene delle prove si trasformano in una forza di vita e in un motivo di glorificazione. Quando ciò avviene dentro di noi, quando l’uomo trova la sua personale tranquillità e salvezza nell’affidarsi in tutto a Cristo Dio, allora si illumina la sua mente. Conosce se stesso e l’intero mondo. Ha fiducia nell’amore del Potente. Questo fatto sostiene lo stesso fedele. E si trasmette per mezzo di un irraggiamento invisibile, come aiuto a tutti coloro che hanno fame e sete della verità.
Tutto quanto il mondo ha bisogno della salvezza del suo Artefice e Creatore. Tutto quanto il mondo ha bisogno della presenza della fede e della comunione dei Santi. Ringraziamo dunque il Signore e Dio nostro per tutte le sue beneficenze e per l’attuale periodo della Santa Quaresima.
Ecco un tempo gradito, ecco un tempo di conversione.
Passiamo allora il grande tempo del Digiuno per mezzo del pentimento e della confessione, per giungere alla gioia incessante della Resurrezione del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, al Quale spetta ogni gloria, onore e adorazione nei secoli dei secoli. Amen.

Santa e Grande Quaresima 2012

Il Patriarca di Costantinopoli
+ Bartolomeo
Fervente intercessore presso Dio per tutti voi

domenica 26 febbraio 2012

Prima Domenica di Quaresima, Domenica dell'Ortodossia

Domenica dell'Ortodossia

In questo giorno si fa memoria del ripristino della dignità delle sante Icone e dell'onore che ad esse deve essere dato, ossia di Venerazione. La vittoria dell'ortodossia sull'eresia iconoclasta, che negava il culto a Dio per mezzo delle immagini sacre e la possibilità dell'esistenza stessa delle immagini, avvenne nel VII Concilio Ecumenico, detto Concilio di Nicea II. In questo Concilio i Santi Padri condannarono l'iconoclastia e confermarono le condanne delle dottrine eretiche affrontate nei precedenti Concili Ecumenici, segnando la fine delle controversie teologiche e cristologiche. L'11 marzo 843 avvenne la solenne liturgia per la restaurazione del culto dell'Icona all'interno della Chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli e da allora si celebra tale festa nella prima domenica di Quaresima. "Definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini, sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l'immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione... L'onore reso all'immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l'immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto".


Apolitikion


Τν χραντον Εκόνα σου προσκυνομεν γαθέ, ατούμενοι συγχώρησιν τν πταισμάτων μν, Χριστ Θεός· βουλήσει γρ ηδόκησας σαρκ νελθεν ν τΣταυρ, να ῥύσ ος πλασας κ τς δουλείας τοχθρο· θεν εχαρίστως βομέν σοι· Χαρςπλήρωσας τ πάντα, Σωτρ μν, παραγενόμενος ες τ σσαι τν Κόσμον.

Veneriamo la tua purissima icona, o buono, chiedendo perdono delle nostre colpe, o Cristo Dio. Ti sei benignamente degnato infatti di salire volontariamente con il tuo corpo sulla Croce per liberare dalla schiavitù del nemico coloro che tu hai plasmato; pertanto con riconoscenza a te gridiamo: hai riempito di gaudio l’universo, o nostro Salvatore, venuto a salvare il mondo.


Kontakion

Τη Υπερμάχω στρατηγώ τα νικητήρια , ως λυτρωθεία των δεινών ευχαριστήρια

αναγράφω Σοι η Πόλις Σου , Θεοτόκε . Αλλ’ ως έχουσα το κράτος απροσμάχητον ,

εκ παντοίων με κινδύνων ελευθέρωσον , ίνα κράζω Σοι , Χαίρε , Νύμφη , Ανύμφευτε

A te che, qual condottiera, per me combattesti, innalzo l’inno della vittoria; a te porgo i dovuti ringraziamenti io che sono la tua città, o Madre di Dio. Tu, per la invincibile tua potenza, liberami da ogni sorta di pericoli, affinché possa a te gridare: salve, o sposa sempre vergine



sabato 25 febbraio 2012

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012




«Prestiamo attenzione gli uni agli altri,
per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone»
(Eb 10,24)


Fratelli e sorelle,

la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. È un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di

vivere la gioia pasquale. Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). È una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo,

2 mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata».

Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato.

Dà consigli al saggio e 3 diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s).

Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». È importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). È un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana. I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre» (1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l’elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi 4 figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella

santità.

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, BENEDETTO XVI


venerdì 24 febbraio 2012

Venerdì di Quaresima: L'Inno Akathistos




È uno tra i più famosi inni che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos(Genitrice di Dio).

Akathistos si chiama per antonomasia quest'inno liturgico del secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti."Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica:"a-kathistos" in greco significa "non-seduti", perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio. La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal cap. 21 dell'Apocalisse, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione. L'inno consta di 24 stanze (in greco: oikoi), quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti - quello della storia e quello della fede -, e con due prospettive intrecciate e complementari - una cristologica, l'altra ecclesiale -, nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell'inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze: tale suddivisione è presente in modo manifesto nell'attuale celebrazione liturgica. L'inno tuttavia procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trova il suo complemento - metrico e concettuale - in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dommatico, e terminano con l'efimnio o ritornello di chiusa: "Gioisci, sposa senza nozze!". Le stanze pari invece, dopol'enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l'acclamazione a Cristo: "Alleluia!". Così l'inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all'opera universale di salvezza dell'unico Salvatore. La prima parte dell'Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell'Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2). Essa propone e canta il mistero dell'incarnazione (stanze 1-4), l'effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5),la rivelazione a Giuseppe (stanza 6), l'adorazione dei pastori(stanza 7), l'arrivo e l'adorazione dei magi (stanze 8-10), la fuga in Egitto (stanza 11), l'incontro con Simeone (stanza 12): eventi che superano il dato storico e diventano lettura simbolica della grazia che si effonde, della creatura che l'accoglie, dei pastori che annunciano il Vangelo, dei lontani che giungono alla fede, del popolo di Dio che uscendo dal fonte battesimale percorre il suo luminoso cammino verso la Terra promessa e giunge alla conoscenza profonda del Cristo. La seconda parte (stanze 13-24) propone e canta ciò che la Chiesa al tempo di Efeso e di Calcedonia professava di Maria, nel mistero del Figlio Salvatore e della Chiesa dei salvati. Maria è la Nuova Eva, vergine di corpo e di spirito, che col Frutto del suo grembo riconduce i mortali al paradiso perduto (stanza 13); è la Madre di Dio, che diventando sede e trono dell'Infinito, apre le porte del cielo e vi introduce gli uomini (stanza 15); è la Vergine partoriente, che richiama la mente umana a chinarsi davanti al mistero di un parto divino e ad illuminarsi di fede (stanza 17); è la Sempre-vergine, inizio della verginità della Chiesa consacrata a Cristo, sua perenne custode e amorosa tutela (stanza 19); è la Madre dei Sacramenti pasquali, che purificano e divinizzano l'uomo e lo nutrono del Cibo celeste (stanza 21); è l'Arca Santa e il Tempio vivente di Dio, che precede e protegge il peregrinare della Chiesa e dei fedeli verso l'ultima Pasqua (stanza 23); è l'Avvocata di misericordia nell'ultimo giorno (stanza 24). L'Akathistos è una composizione davvero ispirata. Conserva un valore immenso: a motivo del suo respiro storico-salvifico, che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all'ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo; a motivo delle fonti, le più pure: la Parola di Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, sempre presente in modo esplicito o implicito; la dottrina definita dai Concili di Nicea (325), di Efeso (431) e di Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; le esposizioni dottrinali dei più grandi Padri orientali del IV e del V secolo, dai quali desume concetti e lapidarie asserzioni; a motivo di una sapiente metodologia mistagogica, con la quale ,assumendo le immagini più eloquenti dalla creazione e dalle Scritture ,eleva passo passo la mente e la porta alle soglie del mistero contemplato e celebrato: quel mistero del Verbo incarnato e salvatore che — come afferma il Vaticano II — fa di Maria il luogo d'incontro e di riverbero dei massimi dati della fede (cf Lumen Gentium 65). Circa l'Autore, quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l'inno Akathistos. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all'anno 800, che tanto influsso esercitò sulla pietà del medioevo occidentale, porta il nome di Germano di Costantinopoli ( 733). Oggi però la critica scientifica propende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali.




mercoledì 22 febbraio 2012

Orario delle Celebrazioni durante la Grande Quaresima


Pontificio Collegio Greco

Chiesa di Sant'Atanasio dei Greci

Via del babuino - Roma


Mercoledì ore 19:00 - Liturgia dei Doni Presantificati

Venerdì ore 19:00 - Inno Akathistos

Sabato ore 19:00 - Ufficiatura del Vespro

Domenica ore 10:30 - Divina Liturgia di San Basilio


La preghiera di Sant'Efrem il Siro



SantEfrem ha composto una piccola e incisiva preghiera che la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica Orientrale recita ogni giorno nelle sue ufficiature quaresimali. Da essa si comprende la prospettiva nella quale si pone il cristiano ortodosso praticante. Tutto ciò che ripiega la persona su se stessa (ozio, curiosità, superbia, loquacità, giudizio del fratello) viene rigettato. Viene fermamente richiesto quanto appartiene alla pura oblatività (saggezza, umiltà, pazienza, amore) nella serena considerazione della propria creaturalità (vedere le mie colpe). Naturalmente tutto ciò non è finalizzato ad acquisire una moralità che edifichi gli altri. Si può dire che sia paragonabile all'attenzione del funanbolista il quale, se vuole attraversare la corda e giungere alla fine del suo esercizio, prende le dovute precauzioni. Queste precauzioni sono ripresentate alla memoria, durante il momento liturgico, e domandate a Dio. Senza di esse non c'è spirito quaresimale ma non c'è neppure Ortodossia dal momento che l'Ortodossia è una realtà che si vive e che, alla fine, coincide con il Cristo stesso.

Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di ozio, di curiosità, di superbia e di loquacità.

Segue una grande metania (prostrazione)

Concedi invece al tuo servo uno spirito di saggezza, di umiltà, di pazienza e di amore.

Segue una grande metania

Sì, Signore e Sovrano, dammi di vedere le mie colpe e di non giudicare il mio fratello; poiché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amin.

Dopo questo versetto altre 12 piccole metanie dicendo per ciascuna:

O Dio, sii propizio a me peccatore e abbi pietà di me.

Di nuovo una grande metania e lultimo versetto della preghiera:

Sì, Signore e Sovrano, dammi di vedere le mie colpe e di non giudicare il mio fratello; poiché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amin.





La speranza della vita nuova in Cristo

"Fa' risplendere, o Signore, il lume del tuo sapere e caccia le tenebre della nostra mente, perché ne sia illuminata e ti serva con rinnovata purezza. Il sorgere del sole dà principio all'attività dei mortali; fa', Signore, che perduri nelle nostre menti un giorno che non conosca fine. Concedi di scorgere in noi la vita della risurrezione, e nulla distolga il nostro spirito dalle tue gioie. Imprimi in noi, o Signore, il segno di questo giorno che non trae inizio dal sole, infondendoci una costante ricerca di te. Ogni giorno ti accogliamo nei tuoi sacramenti e ti riceviamo nel nostro corpo; facci degni di sperimentare nella nostra persona la risurrezione che speriamo. Con la grazia del Battesimo abbiamo nascosto nel nostro corpo il tuo tesoro, quel tesoro che si accresce alla mensa dei tuoi sacramenti; dacci di gioire nella tua grazia. Noi possediamo in noi stessi, perché lo attingiamo alla tua mensa spirituale, il tuo memoriale; fa' che lo possediamo pienamente nella rinascita eterna. Quanto sia grande la nostra bellezza, ce lo faccia comprendere quella bellezza spirituale che, pur nella nostra condizione di mortali, la tua volontà immortale suscita. La tua crocifissione, nostro Salvatore, pose fine alla vita dei corpo; concedici di crocifiggere spiritualmente la nostra anima. La tua risurrezione, o Gesù, faccia crescere in noi l'uomo spirituale; il contatto con i tuoi misteri sia per noi come uno specchio che ce lo fa conoscere. La tua economia divina, Salvatore nostro, è simbolo del mondo spirituale; concedici di percorrerlo come uomini spirituali. Non privare, Signore, la nostra mente della tua rivelazione spirituale, e non sottrarre alle nostre membra il calore della tua dolcezza. La natura mortale del nostro corpo ci conduce alla morte; riversa su di noi il tuo amore spirituale e purifica il nostro cuore dalle conseguenze della nostra condizione mortale. Dacci, o Signore, di affrettarci verso la nostra città e -come Mosè sul Sinai- fa' che la possediamo attraverso la tua manifestazione."

Dai « Discorsi » di sant'Efrem, diacono (Sermo 3, De fine et admonitione 2. 4-5: Opera, edizione Lamy 3, 216-222)

lunedì 20 febbraio 2012

La Grande Quaresima



Il Viaggio verso Pasqua

Quando uno parte per un viaggio, deve sapere dove egli stia andando. Lo stesso accade per la Quaresima. In primo luogo essa è un viaggio spirituale e la sua distinzione è la Pasqua, “la Festa delle Feste”. La Quaresima è la preparazione per la “pienezza” della Pasqua, la vera Rivelazione. Dobbiamo perciò cominciare a comprendere questo rapporto tra Quaresima e Pasqua, poiché esso rivela qualcosa di assolutamente essenziale, di veramente cruciale riguardo alla nostra fede cristiana ed alla nostra vita.
È necessario spiegare che Pasqua è molto più che una delle feste, più che una commemorazione annuale di un avvenimento passato? Chiunque abbia, sia pur una volta, partecipato a questa notte che è “più luminosa del giorno”, ed abbia gustato questa particolare gioia, lo sa. Perché possiamo cantare, come lo facciamo durante il mattutino pasquale: “Oggi tutte le cose sono piene di luce, il cielo e la terra ed i luoghi sotterranei”? In quale senso possiamo celebrare, come pretendiamo di fare, “la morte della Morte, la distruzione dell’inferno, l’inizio di una nuova ed eterna vita...?”. A tutte queste domande, rispondiamo: la nuova vita che quasi duemila anni or sono risplendette dalla tomba, è stata data a noi, a tutti coloro che Credono in Cristo. Essa ci era stata data nel giorno del Battesimo, in cui, come dice San Paolo, “noi fummo sepolti con Cristo nella morte, affinché come Cristo è risuscitato dalla morte, noi pure potessimo vivere una vita nuova” (Romani 6, 4). Così a Pasqua celebriamo la Resurrezione di Cristo come qualcosa di già accaduto e che accade ancora per noi. Infatti ognuno di noi ha ricevuto il dono di questa nuova vita ed il potere di accettarla e di vivere in essa. È un dono che modifica completamente il nostro atteggiamento nei riguardi di tutto questo mondo, ivi inclusa la morte. Esso ci rende possibile di affermare con gioia: “La morte più non esiste!”. Certamente la morte è ancora qui e noi ci troviamo di fronte ad essa ed un giorno verrà e ci porterà via. Ma crediamo fermamente che con la sua morte Cristo ha mutato la vera natura della morte e ne ha fatto un passaggio un agnello pasquale, una “Pasqua” nel Regno di Dio, trasformando la più grande tragedia in una vittoria definitiva. “Calpestando la morte con la morte” egli ci ha reso partecipi della sua Resurrezione. Questa è la ragione per cui alla fine del mattutino pasquale diciamo: “Cristo è risorto e la vita regna! Cristo è risorto e nessun morto rimane nella tomba!”.
Questa è la fede della Chiesa, affermata e resa evidente dai suoi innumerevoli Santi. Tuttavia, purtroppo, non è la nostra esperienza quotidiana poiché questa fede è assai rara, e continuamente perdiamo e tradiamo la “nuova vita”, che riceviamo come in dono, e in realtà viviamo come se Cristo non fosse risorto, come se questo unico evento non avesse alcun significato per noi! Di tutto ciò la causa è la nostra debolezza, la nostra impossibilità di vivere coerentemente con la fede, la speranza e l’amore a quel livello al quale Cristo ci ha sollevati quando disse: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. Noi semplicemente dimentichiamo tutto ciò, impegnati come siamo nelle nostre preoccupazioni quotidiane e, poiché dimentichiamo, sbagliamo. Ed a causa di questa dimenticanza, di quest’errore e peccato, la nostra vita diviene di nuova “vecchia” – minuscola, oscura ed infine senz’alcun significato –, un viaggio senza senso e senza un fine significativo. Ci diamo da fare per dimenticare la morte, ma poi, improvvisamente, nel mezzo della nostra “vita meravigliosa”, essa ci raggiunge orribile, inevitabile, senza senso. Possiamo di tempo in tempo confessare i nostri “peccati”, tuttavia non riferiamo la nostra vita a quella nuova vita che Cristo ci ha rivelato e ci ha dato. In realtà viviamo come se egli non fosse mai venuto. Questo è l’unico e reale peccato, il peccato di tutti i peccati, la tristezza senza fondo e la tragedia del nostro Cristianesimo apparente.
Se consideriamo tutto questo, possiamo comprendere quello che la Pasqua rappresenta e perché essa ha bisogno e presuppone la Quaresima. Infatti allora possiamo comprendere che tutte le tradizioni liturgiche della Chiesa, tutti i suoi cicli e servizi divini esistono, prima di tutto per aiutarci a recuperare la visione ed il gusto di questa nuova vita, che così facilmente perdiamo e tradiamo, affinché possiamo convertirci e tornare ad essa. Come possiamo amare e desiderare qualcosa che non conosciamo? Come possiamo porre sopra ogni altra cosa ciò che non abbiamo visto e goduto? In breve, come possiamo cercare un regno di cui non abbiamo idea? È la Liturgia della Chiesa che era ed ancora oggi rappresenta il nostro ingresso nel Regno, la nostra comunione con esso, e la nuova vita in esso. È per mezzo della sua vita liturgica che la Chiesa ci rivela qualcosa di ciò che “né orecchio udì, né gli occhi hanno visto e che non è ancora entrato nel cuore dell’uomo, ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano”. Ed al centro di questa vita liturgica, quasi suo cuore e “climax”, come il sole i cui raggi penetrano dappertutto, sta laPasqua. È la porta aperta ogni anno, che ci conduce nello splendore del Regno di Cristo, il pregustare della gioia eterna che ci attende, la gloria della vittoria che già, sebbene invisibile, riempie tutta la creazione: “La morte non c’è più!”. Tutto l’Ufficio divino della Chiesa ruota attorno alla Pasqua e perciò l’anno liturgico, cioè la serie di stagioni e di feste, diviene un viaggio, un pellegrinaggio verso la Pasqua, la fine che è anche ilprincipio: la fine di tutto ciò che era “vecchio”; il principio di una vita nuova, un costante “passaggio” da questo mondo al Regno già rivelatoci da Cristo.
Tuttavia la “vecchia” vita, quella del peccato e della piccineria, non è facilmente superata e trasformata. L’Evangelo aspetta ed esige dall’uomo uno sforzo di cui, nella sua situazione presente, egli è virtualmente incapace. Siamo chiamati ad una visione, ad un traguardo, ad una via di vita che è molto al di sopra delle nostre forze. Anche gli Apostoli, quando udivano il Maestro che insegnava, gli chiesero disperati: “Ma come è possibile ciò?”. Infatti non è facile rinunciare ad un piccolo ideale di vita, frutto di cure quotidiane, di ricerca di beni materiali, di sicurezza e piacere, per un ideale di vita in cui il fine è la perfezione: “Siate perfetti come lo è il vostro Padre Celeste”. Questo mondo attraverso tutti i suoi “media” dice: “Sii felice, prenditela comoda, segui la via larga”. Cristo nell’Evangelo dice: “Scegli la via stretta, combatti e soffri, poiché questa è la via che conduce all’unica vera felicità”. E se la Chiesa non ci aiuta, come possiamo fare questa scelta terribile, come possiamo convertirci eritornare alla promessa fatta ogni anno a Pasqua? Questo è l’aiuto che la Chiesa ci offre, la scuola di penitenza che sola ci sembrerà possibile di accogliere Pasqua non come un mero permesso di mangiare e di bere e di riposarci, ma come la fine di ciò che è “vecchio” in noi, come il nostro ingresso nel “nuovo”.
Nella Chiesa antica lo scopo principale della Quaresima consisteva nel preparare i catecumeni, cioè neoconvertiti alla fede Cristiana, al Battesimo, che a quei tempi era impartito durante la liturgia pasquale. Ma anche in un’epoca in cui la Chiesa di rado battezza gli adulti e l’istituto del catecumenato è scomparso, il significato fondamentale della Quaresima è rimasto lo stesso. Infatti, sebbene noi siamo stati battezzati, ciò che costantemente perdiamo e tradiamo è proprio quanto riceviamo nel Battesimo. Perciò Pasqua è il nostro ritorno annuale al nostro Battesimo, mentre la Quaresima è la preparazione a questo ritorno, lo sforzo lento e sostenuto di compiere alla fine il nostro “passaggio” o “Pasqua” nella nuova vita in Cristo. Se l’ufficio quaresimale conserva anche oggi il suo carattere catechetico e battesimale, non si tratta di un “resto archeologico”, ma di qualcosa di valido ed essenziale per noi. Giacché ogni anno la Quaresima e la Pasqua sono, di volta in volta, la riscoperta ed il recupero da parte nostra di ciò che eravamo grazie alla nostra morte battesimale e la resurrezione.
Un viaggio, un pellegrinaggio! Tuttavia, appena lo cominciamo, facciamo il primo passo nella “luminosa tristezza” della Quaresima, vediamo lontano, molto lontano la destinazione. È la gioia della Pasqua, è l’entrata nella gloria del Regno. Ed è questa visione, il pregustare della Pasqua, che rende la tristezza quaresimale luminosa ed il nostro sforzo una primavera spirituale; la notte può essere oscura e lunga, ma lungo la via una misteriosa e raggiante aurora sembra risplendere all’orizzonte: “Non privarci della nostra attesa, tu che hai amore per gli uomini!”.

da A. Schmemann, Great Lent, St. Vladimir’s Seminary Press 1974

mercoledì 15 febbraio 2012

L'Europa di Cirillo e Metodio



Gli anni Ottanta furono uno dei periodi più splendenti per la memoria cirillometodiana, esaltata dal papa polacco in numerose forme ed occasioni, su tutte la lettera enciclica Slavorum Apostoli e la proclamazione dei due fratelli macedoni a patroni d'Europa. La loro immagine permise di rendere più evidente e comprensibile l'invito a "respirare con due polmoni", con cui Giovanni Paolo II esprimeva la sua visione ecumenica di una Chiesa unita per il terzo millennio, e anche di una nuova Europa cristiana "dall'Atlantico agli Urali". Furono le categorie di fede e di cultura che permisero di superare psicologicamente l'impedimento del muro di Berlino, che infatti crollo' alla fine di quel decennio. Più di venti anni dopo, la sensazione e' che i santi evangelizzatori degli slavi siano stati nuovamente riposti in soffitta, in attesa di essere riesumati in futuro per nuove esigenze della storia e dello spirito. L'unione dei cristiani orientali e occidentali si e' allontanata più di quanto fosse prima della stessa missione di Cirillo e Metodio, al massimo si fanno trattative per convergenze strategiche contro il relativismo morale. L'Europa ha mostrato indifferenza, se non disprezzo, per la memoria delle sue radici cristiane, e nel cinismo di questa stessa indifferenza si sta ormai frantumando in una serie di egoismi contrapposti, quello francese a quello tedesco, i latini contro i greci, i settentrionali contro i meridionali e gli orientali, tornando in questo quasi ai tempi delle invasioni barbariche prima di Carlo Magno, l'ultimo a tentare una moneta comune europea prima dell'euro oggi morente. Eppure la lezione della missione slava meriterebbe di essere ricordata ancora di più proprio in tempi di crisi. I due "apostoli di Tessalonica" seppero annunciare con limpidezza il Vangelo, districandosi in mezzo agli intrighi delle corti e delle curie di Oriente e Occidente, sfruttando le occasioni senza paura del sacrificio personale e dell'insuccesso; non riuscirono a far passare il disegno unitario di una Grande Moravia cristiana, caparra di una Chiesa e di un'Europa unita, perché la loro opera fu poi divisa e smembrata, ma lasciarono in tutti la nostalgia di una comunione più grande. Di fronte alle esigenze di popoli giovani e privi di orientamento, inventarono un nuovo linguaggio, sia nell'espressione alfabetica (Costantino-Cirillo in questo fu una specie di Steve Jobs del Medioevo), sia nell'impianto culturale complessivo, unendo tradizione latina e bizantina, liturgia, filosofia e sacra scrittura, scolastica e mistica, dando così una nuova possibilità di espressione a quella grande tradizione patristica che si stava ormai esaurendo, nella definitiva scomparsa del mondo antico. La loro missione segno' la nascita vera e propria dell'Europa, di quello spazio insieme geografico e spirituale che, nonostante mille conflitti, decine e decine di milioni di morti, riforme e rivoluzioni di ogni genere, ancora oggi rimane al centro dei destini di un mondo in grandissima e globale evoluzione. Esisterà ancora l'Europa, nel procedere incerto di questo terzo millennio cristiano? La domanda e' sempre più pressante e angosciosa, se pensiamo che proprio in questi giorni i manovratori dei poteri politici ed economici stanno cercando la maniera più conveniente per liberarsi della Grecia, utero dell'intero continente e madre della sua realizzazione più antica e gloriosa, l'Impero prima macedone e poi romano, e poi ancora franco e sassone, terra in cui il Vangelo di un Messia ebraico e' diventato annuncio del Figlio di Dio, proclamato proprio in greco e in Grecia dall'apostolo Paolo. Terra dei santi Cirillo e Metodio, patroni spirituali di un continente alla deriva, che forse grazie alla loro memoria riuscirà a non scomparire e risorgerà nella grazia di una vita nuova, in una nuova evangelizzazione, con un linguaggio nuovo e antico insieme, che qualche santo saprà inventare per noi.

di: Stefano Caprio , www.orientecristiano.com






Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli

Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta

Chiesa Greco Ortodossa di San Teodoro Megalomartire in Palatino

ΕΟΡΤΗ ΑΓΙΟΥ ΘΕΟΔΩΡΟΥ - FESTA DI SAN TEODORO



PROGRAMMA


SABATO 18 FEBBRAIO

Ore18.00 Grandi Vespri solenni presieduti dal

Metropolita di Italia e Malta S.E.R. Mons. GENNADIOS



DOMENICA 19 FEBBRAIO

Ore 09.00 Ufficio del Mattutino

10.30 Divina Liturgia Pontificale


Il Parroco: Archimandrita Simeone Catsinas


Chiesa di San Teodoro, via S. Teodoro 7, in colle Palatino, Roma



martedì 14 febbraio 2012

Eparchia di Lungro: Imerologhion 2012



L’Ufficio Liturgico dell’Eparchia di Lungro ha dato alle stampe, come avviene ormai da tanti anni, l’Imerologhion 2012. L’imerologhion è il libro che guida nella preparazione delle celebrazioni liturgiche, indicando per ogni giorno (in greco “imèra”, da cui il termine “imerològhion”) quali funzioni liturgiche vanno celebrate e quali sono le parti variabili, es. le letture bibliche, secondo il Typikòn bizantino. Quest’anno si presenta con una nuova veste tipografica, con caratteri tipografici più grandi per favorire la lettura, ha 258 pagine; al termine dei dodici mesi, in appendice, troviamo lo schema del mattutino, sia della domenica che delle feste, seguito dallo schema del mattutino abbreviato, domenicale e festivo. In copertina c’è l’immagine del Cristo Pantokrator, opera realizzata dall’iconografo Biagio Capparelli di Acquaformosa nella chiesa parrocchiale “San Demetrio Megalomartire” in San Demetrio Corone (CS).


L'Imerologhion può essere richiesto presso
la Curia dell'Eparchia di Lungro ( Cs )
tel. 0981/947234 - email:curia@lungro.chiesacattolica.it