sabato 19 aprile 2014

Cristo è Risorto




La mia fede in Cristo non deriva dall’opportunità che mi è stata data di partecipare sin dalla prima infanzia alla celebrazione pasquale. Piuttosto la mia fede è nata dalla stessa esperienza del Cristo vivente, perché Pasqua, quella notte unica che riempie di luce, di gioia e di una tale forza vittoriosa, è resa possibile nel saluto: “Cristo è risorto! Veramente è risorto!”. Come e quando è nata? Non lo so, non ricordo. So soltanto che ogni volta che apro l’Evangelo e leggo di Cristo, leggo le sue parole, leggo il suo insegnamento, consapevolmente mi ripeto, con tutto il mio cuore ed il mio essere, ciò che è stato detto da coloro che erano stati inviati per arrestare Cristo, ma che ritornarono dai farisei senza di Lui: “Nessun uomo mai ha parlato come quest’uomo” (Giovanni 7, 46). Pertanto, quello che so è prima di tutto che l’insegnamento di Cristo è vivo, e che niente sulla terra può essere paragonato ad esso. E questo insegnamento è su di Lui, sulla vita eterna, sulla vittoria sulla morte, su un amore che vince e vince la morte. So bene che in una vita dove tutto sembra così difficile e faticoso, una costante che non cambia mai e mai mi lascia è questa interiore consapevolezza che Cristo è con me. “Non vi lascerò orfani, verrò a voi” (Giovanni 14, 18). E viene a dare il segno sensibile della sua presenza attraverso la preghiera, con un fremito dell’anima, con una gioia così incomprensibile, e tuttavia molto viva, con la sua misteriosa, ma così certa presenza in chiesa durante le ufficiature e nei sacramenti. Questa esperienza di vita è in continua crescita, questa conoscenza, questa consapevolezza che diventa così evidente, che Cristo è qui e che la sua parola è stata compiuta: chi mi ama, “io lo amo e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14, 21). E sia che mi trovi in mezzo alla folla, o da solo, questa certezza della sua presenza, questa potenza della sua parola, questa gioia della fede in Lui resta con me. Questa è l’unica risposta e l’unica prova.“Perché cercate il Vivente fra i morti? Perché piangete in mezzo alla corruzione Colui che non ha conosciuto la corruzione?”. Tutto il Cristianesimo, dunque, è l’esperienza di fede ripetuta ancora e ancora, come se fosse la prima volta, attraverso la sua incarnazione in riti, parole, musica e colori. Al non credente, può effettivamente sembrare come un miraggio; sente solo parole, vede solo incomprensibili cerimonie, e comprende solo esteriormente. Ma per i credenti, tutto questo si irradia dall’interno, e non come prova della propria fede, ma come il suo risultato, così come la sua vita nel mondo, nell’umanità, nella storia. Pertanto, le tenebre e la tristezza del Santo Venerdì sono per noi qualcosa di reale, vivo, contemporaneo; possiamo piangere sotto la croce ed esperire tutto ciò che ha avuto luogo in questo trionfo del male, della slealtà, della codardia e del tradimento; possiamo contemplare il vivificante sepolcro nel Santo Sabato, con entusiasmo e speranza. E quindi, ogni anno possiamo celebrare il periodo pasquale, la Pasqua, la Risurrezione. Perché la Pasqua non è il ricordo di un evento del passato. È l’incontro reale nella felicità e nella gioia, con Colui che i nostri cuori molto tempo fa hanno conosciuto e incontrato come la Vita e la Luce di tutta la luce. La notte di Pasqua testimonia che Cristo è vivo ed è con noi, e che noi siamo vivi con Lui. L’intera celebrazione è un invito a guardare il mondo e la vita, ed ecco il sorgere del mistico giorno del Regno della Luce. “Oggi comincia il profumo della Primavera”, canta la Chiesa, “e la nuova creazione esulta...”. Si esulta nella fede, nell’amore e nella speranza.
Questo è il giorno della Risurrezione,
cerchiamo di essere illuminati dalla festa,
abbracciamoci l’un l’altro,
chiamiamo “fratelli” anche quelli che ci odiano,
e perdoniamo tutti a motivo della Risurrezione,
e così gridiamo: Cristo è risorto dai morti,
ha calpestato la morte con la morte,
e a chi giace nei sepolcri ha donato la vita.

Cristo è risorto!

Padre Alexander Schmemann

Il Grande e Santo Sabato


Questo è il Benedetto Sabato

Il “Grande e Santo sabato” è il giorno che collega il Santo Venerdì, la commemorazione della Croce, con il giorno della Risurrezione di Cristo. Per molti la vera natura e il significato di questa “connessione”, la stessa necessità di questo “giorno intermedio”, rimane oscuro. Per una buona maggioranza di fedeli, i giorni “importanti” della Santa Settimana sono Venerdì e Domenica, la Croce e la Risurrezione. Questi due giorni, tuttavia, restano in qualche modo “disconnessi”. Vi è un giorno di dolore, e poi, vi è il giorno della gioia. In questa sequenza, il dolore è semplicemente sostituito dalla gioia… Ma secondo l’insegnamento della Chiesa, espresso nella sua tradizione liturgica, la natura di tale sequenza non è quella di una semplice sostituzione. La Chiesa proclama che Cristo “ha calpestato la morte con la morte”. Ciò significa che, anche prima della risurrezione, ha luogo un evento in cui il dolore non è semplicemente sostituito dalla gioia, ma è trasformato in gioia. Il Grande Sabato è precisamente questo giorno di trasformazione, il giorno in cui la vittoria cresce da dentro alla disfatta, quando prima della Risurrezione, ci è dato di contemplare la morte della stessa morte... tutto questo è espresso, e ancor di più, tutto questo in realtà avviene ogni anno in questa meravigliosa ufficiatura mattutina, in questa commemorazione liturgica che diventa per noi una salvezza e una trasformazione attuale.
Salmo 118 – L’amore per la Legge di Dio
Giungendo alla Chiesa per il Mattutino del Santo Sabato, il Venerdì è stato liturgicamente appena completato. Il dolore del Venerdì è, quindi, il tema iniziale, il punto di partenza del Mattutino del Sabato. Si comincia come un’ufficio funebre, come un lamento su un corpo morto. Dopo il canto dei tropari del funerale e una lenta incensazione della chiesa, i celebranti appressano l’Epitaphion. Siamo alla tomba di nostro Signore, contempliamo la sua morte, la sua sconfitta. Il Salmo 118 è cantato e ad ogni versetto si aggiunge una speciale “ode”, che esprime l’orrore degli uomini e di tutta la creazione prima della morte di Gesù:

O colline e valli,
la moltitudine degli uomini,
e la creazione tutta, piangete e fate lamento con me,
la Madre del vostro Dio. (I: 69)

E ancora, fin dall’inizio, insieme con questo iniziale tema del dolore e del pianto, fa la sua comparsa un nuovo tema che diventerà sempre più evidente. Ritroviamo tutto ciò, prima di tutto, nel Salmo 118 – “Beati coloro la cui strada è innocente, che camminano nella legge del Signore. Nella nostra prassi liturgica odierna questo salmo è utilizzato solo per l’ufficiatura del “funerale”, quindi per il credente medio ha una connotazione “funebre”. Ma nella tradizione liturgica antica questo salmo costituiva una delle parti essenziali della veglia della Domenica, la commemorazione settimanale della Risurrezione di Cristo. Il suo contenuto non è in tutto “funebre”. Questo salmo è la più pura e massima espressione di amore per la legge di Dio, vale a dire, per il disegno Divino sull’uomo e sulla sua vita. La vera vita, quella che l’uomo ha perso con il peccato, consiste nel mantenimento, nel compimento della Legge divina, che è la vita con Dio, in Dio e per Dio, per cui l’uomo è stato creato.
Gioisco seguendo le tue testimonianze, come se possedessi tutte le ricchezze... (v. 14)
Mi diletterò nei tuoi statuti... (v. 16)
E poiché Cristo è l’immagine dell’adempimento perfetto di questa legge, dal momento che tutta la sua vita non ha avuto altro “contenuto”, se non il compimento della volontà del Padre suo, la Chiesa interpreta questo salmo come le parole di Cristo stesso, dette a suo Padre dalla tomba.
Vedi come amo i tuoi precetti! Signore, dammi la vita secondo la tua bontà... (v. 159)
La morte di Cristo è l’ultima prova del suo amore per la volontà di Dio, della sua obbedienza al Padre. Si tratta di un atto di pura obbedienza, di piena fiducia nella volontà del Padre, e per la Chiesa è proprio questa obbedienza fino alla fine, questa perfetta umiltà del Figlio che costituisce il fondamento, l’inizio della Sua vittoria. Il Padre chiede questa morte, il Figlio la accetta, rivelando una incondizionata fiducia nella perfetta volontà del Padre, nella necessità di questo sacrificio del Figlio chiesto dal Padre. Il 118 è il salmo di tale obbedienza, e quindi l’annuncio che nell’obbedienza il trionfo è iniziato.

L’incontro con la morte

Ma perché il Padre chiede questa morte? Perché è necessaria? La risposta a questa domanda costituisce il terzo tema della nostra ufficiatura, che appare prima nelle “lodi”, che seguono ogni versetto del Salmo 118. Esse descrivono la morte di Cristo come la sua discesa nell’Ade. “Ade” nel linguaggio biblico significa concretamente il regno della morte, che Dio non ha creato e che non vuole, ma significa anche che il principe di questo mondo è onnipotente nel mondo. Satana, il peccato, la morte – sono queste le “dimensioni” dell’Ade, il suo contenuto. Il peccato proviene da Satana e la Morte è il risultato del peccato – “il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte” (Romani 5, 12), “La morte ha regnato da Adamo a Mosè” (Romani 5, 14), l’intero universo è divenuto un cimitero cosmico, è stato condannato alla distruzione e disperazione. Ed è per questo che la morte è “l’ultimo nemico” (I Corinzi 15, 20) e la sua distruzione costituisce il fine ultimo della Incarnazione. Questo incontro con la morte è l’“ora” di Cristo, della quale ha detto “per quest’ora sono venuto”. (Giovanni 12, 27). Adesso, quest’ora è venuta e il Figlio di Dio entra nella Morte. I Padri sono soliti descrivere questo momento come un duello tra Cristo e la Morte, tra Cristo e Satana. Per questo la morte doveva essere l’ultimo trionfo di Satana, o la sua decisiva sconfitta. Il duello si evolve in diverse tappe. In un primo momento, le forze del male sembrano trionfare. Colui che è Giusto viene crocifisso, abbandonato da tutti, e soffre una morte vergognosa. Egli inoltre diviene partecipe dell’“Ade”, di questo luogo di tenebre e disperazione… ma è in questo momento che viene rivelato il vero significato di questa morte. Colui che muore sulla croce ha la Vita in Sé stesso, vale a dire, egli non ha la vita come un dono ricevuto dall’esterno, un dono che quindi può essergli portato via, ma come Sua propria essenza. Egli è la vita e la Sorgente di tutta la vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. L’uomo Gesù muore, ma questo Uomo è il Figlio di Dio. Come uomo, Egli può veramente morire, ma in Lui, Dio stesso entra nel regno della morte, partecipa della morte. È questo l’unico, l’incomparabile significato della morte di Cristo. In essa, l’uomo che muore è Dio, o per essere più esatti, il Dio-Uomo. Dio è il Santo Immortale; e solo nell’unità “senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione” del Dio e dell’Uomo in Cristo la morte umana può essere “assunta” da Dio e superata e distrutta dall’interno, può essere “calpestata dalla morte”.

La morte è sconfitta dalla Vita

Ora si comprende il motivo per cui Dio vuole quella morte, perché il Padre dona il Suo Figlio Unigenito ad essa. Egli vuole la salvezza degli uomini, vale a dire, che la distruzione della morte non deve essere un atto della sua potenza (“Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli?” Matteo 26, 53), non una violenza, anche se per la salvezza, ma un atto di quell’amore, di quella libertà e di quella libera dedizione a Dio attraverso cui Egli ha creato l’uomo. Perché qualsiasi altra salvezza sarebbe stata in contrasto con la natura dell’uomo, e, quindi, non una vera e propria salvezza. Di qui la necessità dell’Incarnazione e la necessità di quella morte Divina. In Cristo, l’uomo ristabilisce l’obbedienza e l’amore. In Lui, l’uomo vince il peccato e il male. Era essenziale che la morte non venisse distrutta solo da Dio, ma vinta e calpestata dalla stessa natura umana, dall’uomo e attraverso l’uomo. “Poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti” (I Corinzi 15, 21). Cristo accetta liberamente la morte; della sua vita Egli dice che “nessun uomo me la toglie, ma io la depongo da me” (Giovanni 10, 18). Non lo fa senza una lotta: “e cominciò a essere triste e angosciato” (Matteo 26, 37). Qui è compiuta la misura della sua obbedienza e, quindi, qui avviene la distruzione della causa morale della morte, della morte come riscatto per il peccato. L’intera vita di Gesù è in Dio, come ogni vita umana deve essere, ed è questa pienezza di vita, questa vita piena di significato e di contenuti, piena di Dio, che vince la morte, distrugge il suo potere. Per la morte è, soprattutto, una mancanza di vita, una distruzione della vita che ha tagliato da sé la sua unica fonte. E poiché la morte di Cristo è un movimento di amore verso Dio, un atto di obbedienza e di fiducia, di fede e di perfezione – essa è un atto di vita (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”, Luca 23, 46) che distrugge la morte. È la morte della morte stessa.Tale è il significato della discesa di Cristo nell’Ade, della Sua morte divenuta la Sua vittoria. E la luce di questa vittoria ora illumina la nostra veglia di fronte la Tomba.

O Vita, come puoi Tu morire?
Come puoi Tu abitare in una tomba?
Eppure, con la tua morte, Tu hai distrutto il regno della morte,
e hai sollevato tutti morti dagli inferi. (1:2)
In una tomba, o Cristo,
hanno posto Te, la Vita.
Con la tua morte hai rigettato la potenza della morte
e diventa fonte di vita per tutto il mondo. (1:7)
O, quanto è grande la gioia,
come la gioia piena,
Tu che hai portato ai prigionieri dell’Ade,
come un fulmine lampeggiante nella sua cupa profondità. (1:49)

La vita entra nel Regno della morte. La Divina Luce splende nelle sue terribili tenebre. Essa risplende per tutti coloro che sono lì, perché Cristo è la vita di tutti, l’unica sorgente di ogni vita. Di conseguenza anche muore per tutti, dato che ciò che accade alla Sua vita – avviene nella Vita stessa... Questa discesa nell’Ade è l’incontro della Vita di tutti con la morte di tutti:

Desiderando salvare Adamo,
Tu scendesti sulla terra.
Non trovandolo sulla terra, o Signore,
Tu scendesti nell’Ade in cerca di lui. (1:25)

Il dolore e la gioia sono in lotta tra loro e adesso la gioia è sul punto di vincere. Le “lodi” sono terminate. Il dialogo, il duello tra la vita e la morte arriva alla sua conclusione. E, per la prima volta, il canto di vittoria e di trionfo, il canto di gioia risuona. E risuona nei “tropari al Salmo 118”, cantati in ogni vigilia della Domenica, all’approssimarsi del giorno della Risurrezione:
Le angeliche schiere furono piene di stupore quando videro Te tra i morti! Con la distruzione del potere della morte, o Salvatore, Tu rialzasti Adamo e salvasti tutti gli uomini dall’inferno!
Nella tomba il radioso angelo gridava alle mirofore, “Perché, o donne, mescolate alla mirra le vostre lacrime? Guardate il sepolcro e comprendete: il Salvatore è risorto dai morti!”.
La Tomba Vivificante

Dopo viene il bel Canone del Grande Sabato, in cui ancora una volta tutti i temi di questa ufficiatura dal lamento funebre alla vittoria sulla morte sono ripresi e approfonditi, e che termina con questo ordine:
Si rallegri la creazione! Tutti i nati sulla terra, si rallegrino! Perché l’odioso inferno è stato spogliato. Lasciate venire incontro a me le donne con la mirra; perché Io sono il Redentore di Adamo ed Eva e di tutti i loro discendenti, e il terzo giorno risorgerò!
“E il terzo giorno risorgerò!”. Da ora l’ufficiatura si illumina della gioia pasquale. Siamo ancora in piedi davanti alla Tomba, ma ci è stata rivelata come la Tomba vivificante. La vita riposa in essa, una nuova creazione è stata generata, e ancora una volta, il Settimo Giorno, il giorno del riposo del Creatore da tutte le sue opere. “La vita dorme e tremano gli inferi" – e noi contempliamo, in questo benedetto sabato, la solenne quiete di Colui che ci porta di nuovo la vita: “Venite, vediamo la nostra vita che giaceva nel sepolcro…”. Il senso pieno, la profondità mistica del Settimo Giorno, come il giorno del compimento, il giorno di realizzazione è ora rivelato, perché
Il grande Mosè misticamente prefigurò questo giorno, quando ha detto,
Dio benedisse il settimo giorno.
Questo è il Benedetto sabato;
questo è il giorno di riposo,
in cui il Figlio Unigenito di Dio si riposò da tutte le sue opere.
Patendo la morte, per realizzare il disegno di salvezza,
Ha mantenuto il Sabato nella carne;
tornando di nuovo a ciò che Egli è stato,
Egli ci ha concesso la vita eterna con la Sua risurrezione,
perchè Egli solo è buono, e ha amore per l’uomo.
Ora facciamo il giro della Chiesa in una solenne processione con l’Epitaphion, ma non si tratta di una processione funebre. È il Figlio di Dio, il Santo immortale, che procede attraverso le tenebre dell’Ade, annunciando a “tutte le generazioni di Adamo” la gioia della futura risurrezione. “Sorgendo prima della notte”, Egli proclama, “i morti si solleveranno, quelli nelle tombe si sveglieranno, e tutti coloro che sono sulla terra gioiranno pienamente”.

L’Attesa della Vita

Si ritorna alla Chiesa. Conosciamo già il mistero della vita della vivificante morte Cristo. L’Ade è distrutto. L’Ade trema. E ora appare l’ultimo tema – il tema della Resurrezione.
Il Sabato, il settimo giorno, realizza e completa la storia della salvezza, il suo ultimo atto è la sconfitta della morte. Ma dopo il Sabato arriva il primo giorno di una nuova creazione, di una nuova vita che nasce dalla tomba. Il tema della Risurrezione è inaugurato nel Prokeimenon:
Sorgi, o Signore, e aiutaci! Liberaci per amore del tuo Nome. Abbiamo sentito con le nostre orecchie, o Dio...
E prosegue nella prima lettura: la profezia di Ezechiele sulle ossa secche (cap. 37). “…ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche”. È la morte a trionfare nel mondo, il buio, la disperazione di questa universale condanna a morte. Ma Dio parla al profeta. Egli annuncia che questa sentenza non è il destino ultimo dell’uomo. Le ossa secche ascolteranno le parole del Signore. I morti vivranno di nuovo. “Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d’Israele”. A seguito di questa profezia viene il secondo prokeimenon – con lo stesso appello, la stessa preghiera:
Sorgi, Signore mio Dio, alza la tua mano! …
Come è successo, come è possibile questa risurrezione universale? La seconda lettura (I Corinzi 5, 6; Galati 3, 13-14) dà la risposta: “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta...”, Cristo, nostra Pasqua, è questo fermento della risurrezione di tutti. Come la sua morte distrugge il principio stesso della morte, la sua risurrezione è il segno della risurrezione di tutti, perché la sua vita è la sorgente di ogni vita. E i versi dell’“Alliluia”, gli stessi versi che apriranno il servizio di Pasqua, sanciscono questa risposta definitiva, la certezza che il tempo della nuova creazione, il giorno senza tramonto, è iniziato:
Alliluia! Alliluia! Sorga Dio! I suoi nemici si disperdano! Fuggano davanti a lui quelli che lo odiano... Alliluia! Alliluia! Come si disperde il fumo, tu li disperdi, come fonde la cera di fronte al fuoco!

La lettura delle profezie è finita. Eppure, abbiamo sentito solo profezie. Siamo ancora nel Grande Sabato di fronte alla tomba di Cristo, e dobbiamo vivere questo lungo giorno, prima di sentire a mezzanotte: “Cristo è risorto”, prima di entrare nella celebrazione della Sua Risurrezione. Così, la terza lettura – Matteo 27, 62-66 – che completa l’ufficio, ci dice ancora una volta di più sulla Tomba – che “assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia”. Ma è qui, probabilmente, alla fine del Mattutino, che il senso ultimo di questo “giorno intermedio” si manifesta. Cristo è risuscitato dai morti, la Sua Risurrezione si celebrerà il Giorno di Pasqua. Questa celebrazione, tuttavia, commemora un evento del passato, e anticipa un mistero del futuro. È già la Sua Risurrezione, ma non ancora la nostra. Dovremo morire, accettare la morte, la separazione, la distruzione. La nostra realtà in questo mondo, in questo “aeon”, è la realtà del Grande Sabato, questo giorno è la vera immagine della nostra condizione umana. Noi crediamo nella risurrezione, perché Cristo è risorto dai morti. Noi aspettiamo la risurrezione. Sappiamo che la morte di Cristo non è più la disperazione, la conclusione ultima di tutto. Battezzati nella sua morte, già partecipiamo della sua vita, che è venuta fuori dalla tomba. Noi riceviamo il suo Corpo e Sangue, che sono il cibo di immortalità. Abbiamo in noi stessi il segno, l’anticipazione della vita eterna. Tutta la nostra Cristiana esistenza è misurata da questi atti di comunione per la vita del “nuovo aeon” del Regno, e noi siamo ancora qui, e la morte è nostra inevitabile parte.Ma questa vita tra la Risurrezione di Cristo e il giorno della risurrezione comune, non è proprio la vita nel Grande Sabato? Non è l’attesa la categoria di base ed essenziale dell’esperienza cristiana? Noi aspettiamo nell’amore, nella speranza e nella fede. E questo nell’attesa per “la risurrezione e la vita del mondo a venire”, questa vita che è “nascosta con Cristo in Dio” (Colossesi 3, 34), questa crescita dell’attesa nell’amore, nella certezza; tutto questo è il nostro “Grande Sabato”. A poco a poco, tutto in questo mondo diventa trasparente per la luce che proviene da lì, “l’immagine di questo mondo” passa e questo attraverso l’indistruttibile vita con Cristo diventa il nostro supremo e ultimo valore. Ogni anno, al Grande Sabato, dopo questo ufficio mattutino, siamo in attesa per la notte di Pasqua e la pienezza della gioia Pasquale. Sappiamo che ci stiamo avvicinando – e ancora, come è lento questo approccio, come è lungo questo giorno! Ma non è la meravigliosa quiete del Grande Sabato il simbolo della nostra stessa vita in questo mondo? Non siamo sempre in questo “giorno intermedio”, nell’attesa della Pasqua di Cristo, preparandoci per il giorno senza tramonto del suo Regno?


Di Padre Alexander Schmemann

venerdì 18 aprile 2014

Grande e Santo Venerdì: La Deposizione




Dalla luce del Santo Giovedì, si entra nelle tenebre del Venerdì, il giorno della Passione di Cristo, della Morte e della Sepoltura. Nella Chiesa antica questo giorno veniva chiamato “Pasqua della Croce”, perché esso è davvero l’inizio di questa Pasqua o Passaggio il cui senso ci sarà progressivamente rivelato, in primo luogo, nella meravigliosa quiete del Grande e Benedetto Sabato, e, poi, nella gioia del giorno della Risurrezione. Ma, in primo luogo, le Tenebre. Se solo riuscissimo a capire che nel Santo Venerdì le tenebre non sono solo simboliche e commemorative! Molto spesso guardiamo la bellezza e la solenne tristezza di queste ufficiature in uno spirito di auto-redenzione e di auto-giustificazione. Duemila anni fa uomini cattivi hanno ucciso Cristo, ma oggi noi – il buon popolo cristiano – innalziamo sontuosi sepolcri nelle nostre chiese – non è questo il segno della nostra bontà? Eppure, il Santo Venerdì non si occupa solo del passato. È il giorno del Peccato, il giorno del Male, il giorno in cui la Chiesa ci invita a renderci conto della loro terribile realtà e del loro potere in “questo mondo”. Perché il Peccato e il Male non sono scomparsi, ma, al contrario, costituiscono ancora la legge fondamentale del mondo e della nostra vita. E noi che ci diciamo cristiani, non facciamo molto spesso nostra questa logica del male che ha portato il Sinedrio ebraico e Ponzio Pilato, i soldati Romani e tutta la folla ad odiare, torturare e uccidere Cristo? Da quale parte, con chi saremmo stati, se fossimo vissuti a Gerusalemme sotto Pilato? Questa è la domanda indirizzata a noi in ogni parola dell’ufficiatura del Santo Venerdì. È, infatti, il giorno di questo mondo, e la sua condanna reale e non simbolica, il giudizio reale e non rituale sulla nostra vita… È la rivelazione della vera natura del mondo, che poi ha preferito, e preferisce ancora, le tenebre alla luce, il male al bene, la morte alla vita. Dopo aver condannato a morte Cristo, “questo mondo” ha condannato a morte sé stesso nella misura in cui accetta il suo spirito, il suo peccato, il suo tradimento di Dio – siamo anche noi condannati... Questo è il primo e terribilmente reale significato del Santo Venerdì – una condanna a morte... Ma questo giorno del Male, della sua manifestazione e trionfo finale, è anche il giorno della Redenzione. La morte di Cristo si rivela a noi come morte oikonomicaper noi e per la nostra salvezza. Si tratta di una Morte oikonomica perché è il totale, perfetto e supremo Sacrificio. Cristo dona la Sua Morte al Padre Suo e dona la Sua Morte a noi. A Suo Padre, perché, come vedremo, non vi è altro modo per distruggere la morte, per salvare gli uomini da essa, ed è la volontà del Padre che gli uomini siano salvati dalla morte. A noi, perché in assoluta verità Cristo muore al posto nostro. La morte è il naturale frutto del peccato, un castigo immanente. L’uomo ha scelto di stare lontano (alienato) da Dio, ma non avendo la vita in sé stesso e da sé stesso, muore. Eppure in Cristo non vi è alcun peccato e, quindi, nessuna morte. Egli accetta di morire solo per nostro amore. Vuole assumere e condividere la nostra condizione umana sino alla fine. Accetta il castigo della nostra natura, come si è assunto l’intero onere del genere umano. Muore perché si è veramente identificato con noi, ha preso su di sé la tragedia della vita dell’uomo. La sua morte è l’ultima rivelazione della Sua compassione e del Suo amore. E poiché il suo morire è amore, compassione e condivisione della sofferenza, nella Sua morte, la natura stessa della morte è stata cambiata. Da punizione diventa radioso atto d’amore e di perdono, la fine dell’alienazione e della solitudine. La condanna è trasformata in perdono... E, infine, la sua morte è una morte oikonomicamente salvifica, perché distrugge la fonte stessa della morte: il male. Accettando nell’amore tutto questo, dando sé stesso ai suoi uccisori e permettendo loro un’apparente vittoria, Cristo rivela che, in realtà, questa vittoria è la totale e decisiva sconfitta del Male. Per essere vittorioso il Male deve annientare il Bene, deve dimostrare di essere la verità ultima sulla vita, screditare il Bene e, in una parola, mostrare la propria superiorità. Ma in tutta la Passione è Cristo e Lui solo che trionfa. Il Male non può fare nulla contro di Lui, poiché non può indurre Cristo ad accettare il Male come verità. L’Ipocrisia si rivela come Ipocrisia, l’Omicidio in quanto Omicidio, la Paura quale Paura; e come Cristo avanza in silenzio verso la Croce e la Fine, così la tragedia umana raggiunge il Suo culmine, il Suo trionfo, la Sua vittoria sul male, la Sua glorificazione divenuta sempre più evidente. E ad ogni passo questa vittoria è riconosciuta, confessata, proclamata – da parte della moglie di Pilato, da Giuseppe, dal ladro crocifisso, da parte del centurione. E quando Lui muore sulla Croce avendo accettato l’ultimo orrore della morte: la solitudine assoluta (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), non rimane null’altro da confessare se non che “veramente questo era il Figlio di Dio!...”. E, quindi, è questa Morte, questo Amore, questa obbedienza, la pienezza della Vita che distrugge ciò che rese la morte un destino universale. “E le tombe si aprirono...” (Matteo 27, 52). Appaiono già i raggi della risurrezione. Questo è il duplice mistero del Santo Venerdì, rivelato nelle sue ufficiature che ci rendono di esso partecipi. Da un lato, vi è la costante attenzione sulla Passione di Cristo come il peccato di tutti i peccati, il crimine di tutti i crimini. Dal Mattutino, nel corso del quale la lettura dei dodici Evangeli della Passione ci fa seguire passo per passo le sofferenze di Cristo, alle Ore (che sostituiscono la Divina Liturgia: il divieto di celebrare in questo giorno l’Eucaristia significa che il sacramento della presenza di Cristo non appartiene a “questo mondo” di peccato e di tenebre, ma è il sacramento del “mondo che verrà”) e, infine, i Vespri, gli uffici della sepoltura di Cristo, gli inni e le letture sono pieni di solenni accuse di coloro che volontariamente e liberamente decisero di uccidere Cristo, che addussero a giustificazione per questo omicidio la loro religione, la loro lealtà politica, le loro considerazioni pratiche e la loro obbedienza professionale. Ma, dall’altro lato, il sacrificio d’amore che prepara la vittoria finale è altresì presente fin dall’inizio. Dalla lettura del primo Evangelo (Giovanni 13, 31), che inizia con il solenne annuncio di Cristo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e in Lui Dio è stato glorificato”, agli stichira alla fine del Vespro – vi è l’accrescersi della luce, il lento evolversi della speranza e della certezza che “la morte sarà calpestata dalla morte...”

“Quando Tu, il Redentore di tutti,
fosti posto per tutti nel sepolcro nuovo,
l’Ade, che di nessuno ha timore, vedendo Te si chinò impaurito.
I chiavistelli furono infranti, le porte sconquassate,
le tombe furono aperte, i morti risuscitati.
Allora Adamo, con gioiosa gratitudine, Ti gridò:
“Gloria alla tua condiscendenza, o Misericordioso Sovrano”.

E quando, alla fine dei Vespri, abbiamo posto al centro della Chiesa, l’immagine di Cristo nel sepolcro, quando questo lungo giorno sta giungendo alla sua fine, sappiamo che siamo giunti alla fine della lunga storia della salvezza e della redenzione. Il Settimo Giorno, il giorno di riposo, il benedetto Sabato sta giungendo e con esso – la rivelazione della Tomba Vivificante.

Rev. Alexander Schmemann, Holy Week: A Liturgical Explanation for the Days of Holy Week (La Santa Settimana: Spiegazione Liturgica per i giorni della Santa Settimana), pubblicato da St Vladimir’s Seminary Press.



giovedì 17 aprile 2014

Grande a Santo Giovedì





O Mitikos dipnos - Mistica Cena


Due importanti eventi caratterizzano le sacre ufficiature del Santo e Grande Giovedì: l’Ultima Cena del Signore Gesù Cristo con i suoi discepoli e il tradimento di Giuda. Il significato più profondo di questi due eventi è l’amore. L’Ultima Cena è la rivelazione escatologica dell’amore salvifico di Dio per l’uomo, l’amore che è il cuore della salvezza. Il tradimento di Giuda rivela che il peccato, la morte e l’autodistruzione sono anch’essi dovuti all’amore; ma un amore distruttivo, un amore che divide, disperde e conduce là dove domina tutt’altro che l’amore. Proprio qui sta il mistero di questo unico giorno, del Santo Giovedì. Le sacre ufficiature, dove la luce e le tenebre, la gioia e il dolore sono stranamente mescolati, ci provocano mettendoci di fronte ad una scelta dalla quale dipende la destinazione finale di ciascuno di noi. «Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre… dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine…» (Gv 13, 1). Per capire il significato dell’Ultima Cena, essa deve essere vista come il fine della grandiosa potenza del Divino Amore, che ha avuto inizio con la creazione del mondo e adesso si conclude con la Morte e la Risurrezione di Cristo. «Dio è amore» (Gv 4, 8). E il primo dono dell’Amore è stato la vita. Il significato e il contenuto della vita era la comunione. Perché l’uomo riuscisse a vivere doveva mangiare e bere, partecipare alla vita del mondo. Così il mondo era amore divino che divenne cibo, divenne Corpo dell’uomo. Ed essendo vivo, partecipando cioè al mondo, l’uomo ha dovuto vivere in comunione con Dio, trovare senso in Dio, trovare in Lui il contenuto e il fine della sua vita. Comunione con il mondo – la creazione di Dio – era una vera e propria comunione con Dio. L’uomo ha ricevuto il cibo da Dio, facendoli corpo e vita propria, ha offerto tutto il mondo a Dio trasformandolo in vita «in Cristo». L’amore di Dio ha dato la vita all’uomo, l’amore dell’uomo per Dio ha trasformato questa vita in comunione con Dio. Questo è stato il Paradiso. La vita nel Paradiso era veramente eucaristica. Attraverso l’uomo e il suo amore per Dio, l’intera creazione si sarebbe santificata e trasformata in un mistero della Presenza Divina e l’uomo sarebbe stato il celebrante di questo mistero. Però con il peccato, l’uomo ha perso questa vita eucaristica. L’ha persa perché smise di vedere il mondo come un mezzo di comunicazione con Dio, e la sua vita come eucaristia, come adorazione e gratitudine… Amò sé stesso per sé stesso e il mondo per il mondo. Fece di lui e del mondo qualcosa fine a sé stessa. Amò tanto sé stesso che lo rese il centro, il contenuto e il fine della sua esistenza. Credé che la sua fame e la sua sete, cioè la dipendenza della sua vita dal mondo, potesse essere soddisfatta da questo mondo, dal cibo che offre il mondo. Ma il mondo e il cibo, una volta separati dal loro significato misterico – come mezzi di comunicazione con Dio – dal momento in cui essi non sono assunti come doni di Dio e non soddisfano la fame e la sete per Dio, non offrono più una certa soddisfazione, né colmano la vita. In altre parole, quando Dio non è più il reale contenuto e il significato della vita del mondo, la fame e la sete cessano di essere soddisfatte, perché il mondo non ha più la vita in sé… Quindi mettendo l’amore in queste cose l’uomo si distaccò dal solo oggetto di tutto l’amore, di tutta la fame, di tutti i desideri. Ed è morto. Egli è morto perché la morte è l’inevitabile «decomposizione» della vita staccata dall’unica fonte e dall’autentico contenuto. L’uomo, invece di trovare la vita in questo mondo e il cibo che offre il mondo, trovò la morte. La vita diventò ormai comunione con la morte invece di trasformare il mondo attraverso la fede, l’amore, il culto di Dio e della comunione con Lui. L’uomo si sottomise interamente al mondo, cessò di essere il suo celebrante e divenne il suo schiavo. Con il suo peccato tutto il mondo è diventato un immenso cimitero dove le persone sono condannate a morte, perché sono «abitanti nella regione dell’ombra della morte…» (Mt 4, 16). Sebbene l’uomo abbia tradito, Dio è rimasto fedele all’uomo, non gli ha voltato le spalle. «Tu non hai respinto per sempre la creatura che avevi plasmato, o Buono, né hai dimenticato l’opera delle tue mani, ma l’hai visitata in molti modi nella tua grande misericordia» (Preghiera della Divina Liturgia di Basilio il Grande). Un nuovo progetto divino ebbe inizio; il progetto della redenzione e della salvezza. E questo progetto si completò con Cristo, il Figlio di Dio, che, per restaurare l’uomo nella sua «bellezza primitiva» e riportare la vita in comunione con il suo Creatore, si è fatto Uomo. Assunse la nostra natura umana con tutte le sue caratteristiche: la fame, la sete, il desiderio di amore, di vita. Nel volto del Cristo incarnato si rivelò la vera vita la quale fu data in origine all’uomo come una completa e perfetta Eucaristia, come piena e perfetta comunione con Dio. Il Cristo Teantropo negò la tentazione umana fondamentale: di vivere «di solo pane». Egli rivelò che Dio e il Suo Regno sono il vero pane, la vera vita dell’uomo. Questa perfetta vita eucaristica, piena di Dio – e quindi della vita divina e immortale – l’ha data a tutti i Suoi fedeli. Quindi, i credenti in Dio trovano in Lui il senso e il contenuto della loro vita. Questo è esattamente il più profondo, il meraviglioso senso dell’Ultima Cena. Gesù Cristo offrì Sé stesso come il vero, l’essenziale cibo dell’uomo, perché la vita di Cristo è la vera vita. Così il movimento del Divino Amore che ha avuto inizio nel Paradiso con l’offerta di Dio «Mangia [del frutto] di qualunque albero del paradiso» (perché il cibo è la vita dell’uomo) raggiunge ora il suo culmine con il divino «prendete e mangiate, questo è il mio corpo…» (perché Dio è la vita dell’uomo). L’Ultima Cena, quindi, è il ripristino del Paradiso delle Delizie, la restaurazione della vita come Eucaristia e comunione. Ma questo momento di estremo Amore è anche il tempo dell’estremo tradimento. Giuda abbandona la luce che inondava la «Gran Sala» ed entra nel buio. «Quello però, preso il boccone, uscì subito. Era notte» (Gv 13, 30). Perché se ne è andato? Perché amava, risponde l’Evangelo. E questo amore fatale si sottolinea ripetutamente negli inni del Grande Giovedì. «Il tuo agire è colmo di perfidia, illegittimo Giuda; essendo ammalato di avarizia, hai guadagnato la misantropia; se amavi le ricchezze perché seguivi Colui che insegnava la povertà? anche se lo baciasti, perché hai venduto colui che non ha prezzo?…». Non ha importanza il fatto che l’oggetto dell’amore di Giuda sia stato l’«oro». L’oro, il denaro, rappresentano qui tutti gli amori perversi e distruttivi che portano l’uomo alla negazione di Dio. È infatti un amore rubato a Dio ed è proprio per questo che Giuda è un ladro. E quando qualcuno non ama Dio e il suo amore in genere non proviene da Dio, anche allora l’uomo ama e desidera – perché è creato per amare e l’amore è la sua natura – ma una passione oscura e autodistruttiva lo porta alla morte. Ogni anno, mentre celebriamo questo grande giorno del Santo Giovedì e affondiamo nella sua luce infinita, e nelle profondità insondabili dei significati del giorno, la stessa domanda decisiva è rivolta a ciascuno di noi: Io, corrispondo all’amore di Dio e l’accetto come mia vita, o seguo Giuda nel buio della sua notte? Le ufficiature del Grande Giovedì includono il Mattutino, il Vespro e poi la Divina Liturgia di Basilio il Grande. Anticamente nelle cattedrali si compiva l’ufficiatura del «Lavabo» dopo la Divina Liturgia. Oggi si riscontra in pochi monasteri. Mentre il diacono legge l’Evangelo, il Vescovo (o l’igumeno) lava i piedi di dodici sacerdoti (o monaci), fatto che ci ricorda che l’amore di Cristo è il fondamento della vita della Chiesa e caratterizza tutti i rapporti all’interno della Chiesa. Inoltre nelle prime Chiese Autocefale era d’uso anticamente nel Grande Giovedì la pratica dell’ufficiatura del Santo Miron il quale viene utilizzato nel sacramento della Santa Unzione. Ma oggi il Santo Miron si prepara solo al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, in una specifica ufficiatura del Grande Giovedì. A questa ufficiatura partecipano il Patriarca Ecumenico, i Metropoliti e tutto il clero del Santo Trono (Ecumenico). Con il Santo Miron che riceviamo dopo il nostro battesimo, riceviamo i doni del Santo Spirito. Pertanto, il nuovo amore che Cristo porta sulla terra, ci sigilla nel giorno in cui, come nuovi membri, facciamo il nostro ingresso nella Chiesa. Nel Mattutino i tropari sottolineano il tema del giorno che è il contrasto tra l’amore di Cristo e l’«insaziabile anima» di Giuda. Uno dei tanti tropari ci dice:
«Mentre i gloriosi discepoli venivano illuminati con la lavanda della cena, ecco che l’empio Giuda, malato di avarizia, si ottenebrava; e consegnava a giudici iniqui te, il giusto Giudice. Vedi come l’amante del denaro proprio per questo finisce impiccato; fuggi anima insaziabile che tanto ha osato contro il Maestro. O tu, buono con tutti, Signore, gloria a te».
La lettura dell’Evangelo (Lc 22, 1-39) è la narrazione dei fatti accaduti in quella «grande sala pronta». Segue il meraviglioso canone – pieno di significati teologici – poema del Monaco Cosma: «Il Mar Rosso squarciato si apre…». Questo ci dà l’impulso per concentrarci e meditare sul significato escatologico dell’Ultima Cena. L’ultimo Irmòs della 9ª Ode ci invita a prendere parte alla tavola immortale che ci fornisce il Signore con imperiosa ospitalità:
«Venite, o fedeli, con sensi elevati godiamo, nella sala alta, dell’ospitalità del Signore e della sua mensa immortale, godiamo il Logos innalzato, che esaltiamo poiché egli ce l’ha rivelato».

Nel Vespro dopo il «Signore, ho gridato a te…» agli idiòmela delle Lodi che seguono si evidenzia il terribile declino spirituale di Giuda: Il tradimento. Lo stico che segue è rappresentativo: «Giuda, servo e ingannatore, discepolo e insidiatore, amico e diavolo, si rivela nelle opere. Seguiva infatti il Maestro e meditava tra sé il tradimento; diceva in sé: lo consegnerò e raccoglierò il denaro. Cercava di vendere il miron ma anche di consegnarlo con l’inganno. Diede l’abbraccio, consegnò Cristo come agnello al macello, così seguì, l’unico misericordioso e amico dell’uomo».

Dopo l’Ingresso del santo Evangelo si leggono tre letture dall’Antico Testamento:
1) Esodo 19, 10-19. Dio viene «nelle nubi» sul monte Sinai e Mosè con il popolo esce a incontrarlo. Ciò prefigura la venuta di Cristo nel mondo e soprattutto nella riunione Eucaristica.
2) Giobbe 38, 1-23; 42, 1-5. Dio parla a Giobbe e Giobbe risponde: «... chi è costui che senza cognizione ottenebra il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose grandi e meravigliose che non comprendevo». E queste cose «grandi e meravigliose» si compiono ora in questa splendente «Grande Sala» con i Doni altissimi: il Corpo e il Sangue di Cristo.
3) Isaia 50, 4-11. Le profezie sulla Passione di nostro Signore Gesù Cristo. «Ho dato il mio corpo a quelli che mi percuotevano, e le mie guance a quelli che mi strappavano la barba; non nascosi il mio volto a quelli che mi schernivano e che mi sputavano…». Nella lettura dell’Apostolo si legge dalla Prima Lettera ai Corinzi (11, 23-32) la descrizione dell’Ultima Cena e il significato della Santa Comunione, come li riporta l’apostolo Paolo.La lettura dell’Evangelo che segue, è la più lunga nel corso dell’anno, ed è un testo composto da brani di tutti e quattro gli Evangeli. Parla di tutto quanto accade nell’Ultima Cena, del tradimento di Giuda e dell’arresto di Gesù Cristo nel giardino del Getsemani. Segue la Divina Liturgia di Basilio il Grande, dove invece dell’Inno Cherubico e del Koinonikòn si canta l’inno che diciamo sempre prima della santa Comunione:
«Della tua mistica cena, Figlio di Dio, rendimi oggi partecipe; non svelerò il Mistero ai tuoi nemici, né ti darò un bacio come Giuda, ma come il ladrone ti confesserò: ricordati di me, Signore nel tuo Regno».

da: Αλέξανδρος Σμέμαν, Μικρό Οδοιπορικό της Μεγάλης Εβδομάδας. , Ακρίτας 2001.





domenica 13 aprile 2014

Il Nymphios




Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, e beato è il servo che Egli trova a vegliare e, invece, è indegno il servo che Egli trova noncurante. Guarda, dunque, anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo, sei tu, il nostro Dio!

Ιδού ο Νυμφίος έρχεται εν τω μέσω της νυκτός και μακάριος ο δούλος, ον ευρήσει γρηγορούνταανάξιος δε πάλιν ον ευρήσει ραθυμούντα. Βλέπε, ουν, ψυχή μου, μη τω ύπνω κατενεχθής, ίνα μη τω θανάτω παραδοθής και της Βασιλείας έξω κλεισθής αλλά ανάνηψον κράζουσα Άγιος, Άγιος, Άγιος ει ο Θεός ημών


Nei tre primi giorni della Settimana Santa nella tradizione bizantina, viene messa in luce la figura di Cristo come Sposo, cioè le nozze di Dio con la Chiesa, con l'umanità. Questo è un fatto comune a tutte le liturgie orientali: le tradizioni siriache hanno una celebrazione chiamata “delle lampade” in cui viene pure rappresentata liturgicamente nella chiesa la parabola delle dieci vergini. Tutti i tre giorni commemorano qualche personaggio concreto: al Lunedì Santo viene assegnata la memoria del patriarca Giuseppe, e del fico maledetto da Gesù (Mt 21, 18); Giuseppe è figura di Gesù, venduto dai suoi fratelli, portato alla sofferenza, esaltato da Dio che lo costituisce salvatore del suo popolo. Per quanto riguarda il Martedì Santo, nella prospettiva del tema dello Sposo, viene considerata la parabola delle dieci vergini (Mt 24-25). Il Mercoledì Santo viene fatta memoria della donna peccatrice che unse i piedi di Gesù (Mt 26,6-13). Al di là dell'identità della donna, che la liturgia non chiarisce, il mistero teologico sottolineato nella liturgia bizantina è quello della donna peccatrice che con le lacrime, con l'unzione con l'olio profumato -simboli ambedue battesimali- arriva a contatto col Cristo incarnato, Dio e uomo, contatto -sacramento- che la porta alla conversione; è ancora il Cristo Sposo che va incontro alla sua Chiesa. Due testi centrano l'ufficiatura di questi tre giorni: Ecco lo Sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno quel servo che troverà negligente! Guarda dunque anima mia, di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del Regno! Ma, vegliando, grida: Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio; per intercessione della Madre di Dio abbi pietà di noi. Il secondo tropario: Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore, e non ho la veste per entrare. Fa' risplendere la veste dell'anima mia, o tu che doni la luce, e salvami!.  Il tema dell'attesa dello Sposo; i tropari rileggono Mt 25,6: lo Sposo che arriva nel mezzo della notte. L’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce. Se guardiamo le note di alcune delle edizioni o delle diverse traduzioni che ci sono dell’ufficiatura di questi giorni, vediamo come i testi non sono altro che un intreccio di citazioni bibliche, dal Vecchio e dal Nuoto Testamento; nel tropario Ίδou Ò Νυμφίoς ci sono ben cinque testi biblici dietro ( lo Sposo che arriva: Mt 25,6; il servo che vigila: Lc 12,37; distacco dal sonno: Rm 13,11; la chiusura della porta del Regno: Mt 25,10; il Dio tre volte santo: Is 6,3). Tre temi da sottolineare in questo testo: Tema dell'attesa dello Sposo; il tropario rilegge lo Sposo che arriva di Mt 25,6; l’attesa del ritrovamento tra il vecchio Adamo, cacciato dal Paradiso all’inizio della Quaresima, diventa adesso molto più pressante con l’uso dell’immagine e del tema evangelico dell’arrivo e dell’incontro con lo Sposo, uno Sposo il cui talamo nuziale è unicamente la croce, la sua croce; ricordate l’icona dello Sposo. Il secondo tema è l’analogia che il tropario fa di sonno-morte; dietro c’è il testo di Lc 12,37, il servo vigilante, e di Rm 13,11, il distacco dal sonno. L’arrivo dello Sposo per il cristiano è il momento del suo trapasso, della sua morte; esso, lo Sposo, arriverà nella notte nell'ora in cui il servo non sa, e per questo viene chiesta la vigilanza, il guardare verso di Lui. Il terzo aspetto che troviamo nel tropario è quello delle nozze divine e l'assoluta indegnità dell'uomo che solo può entrare nella camera nuziale, il Regno, per la luce che viene da Cristo. Il tema è una rilettura di Mt 25,10. Di fronte allo Sposo nel suo talamo nuziale, cioè Cristo umiliato ed umile ai piedi della croce, il cristiano si scopre dal tutto peccatore e durante la Quaresima l’abbiamo tante volte chiesto al Signore di farci scoprire peccatori quando abbiamo ripetuto fino a sazietà: dammi di vedere i miei peccati e di non condannare... Ma si scopre pure amato e salvato da questo Dio umile ed umiliato. Per questo lo acclama il Dio tre volte santo di Is 6,3.

di: P. Manel Nin , Rettore P.C.Greco




Ιδού ο Νυμφίος






Τον Νυμφώνα Σου Βλέπω






Orario delle celebrazioni della Settimana Santa 
nella Chiesa di Sant'Atanasio dei Greci


Domenica delle Palme

10:30 Benedizione delle Palme e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.
18:30 Orthros del Nymphios.

Lunedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

Martedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

Mercoledì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

Giovedì Santo
10:30 Esperinòs e Liturgia di San Basilio.
18:00 Ufficio della Passione (Lettura dei 12 Vangeli)

Venerdì Santo
10:00 Ora Nona, Esperinòs e Deposizione dalla Croce.
18:00 Epitaphios thrinos, Enkomia e Processione.

Sabato Santo
10:00 Esperinòs e Liturgia di San Basilio.
23:00 Mesonyktikòn, Anastasis, Orthros e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.

Domenica di Pasqua
10:30 Liturgia di San Giovanni Crisostomo.
19:00 Esperinòs. Proclamazione del Vangelo in diverse lingue.





sabato 12 aprile 2014

Domenica delle Palme




Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza”(Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama “Entrata del Signore a Gerusalemme”. Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi...” (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento... Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero. Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità e la verità vi renderà liberi”. Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli “apparati”, di tutti i “poteri”... È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà... ma il Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore, che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano... No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà... E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità. La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)

da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J. K.


APOLITIKION

Τν κοινν νστασιν, πρ το σο Πθους πιστομενος, κ νεκρν γειρας τν Λζαρον Χριστ Θες· θεν κα μες ς ο Παδες, τ τς νκης σμβολα φροντες, σο τ Νικητ το θαντου βομεν· σανν ν τος ψστοις, ελογημνος ρχμενος, ν νματι Κυρου.

Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.