giovedì 17 maggio 2012

L’Ascensione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.





Tu che per me come me ti sei fatto povero…

          La festa dell’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L'icona della festa riprende due testi del Nuovo Testamento: Lc 24,50-53: Poi il Signore condusse i discepoli fuori e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... Si tratta senz’altro dell'icona dell'Ascensione del Signore, ma anche l’icona della sua seconda venuta. L'immagine è divisa in due parti ben distinte: quella superiore dove si vede Cristo assiso su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore l’icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui c’è Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti. L'icona dell'Ascensione –e la stessa festa dell'Ascensione come vedremo nei testi liturgici- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli. Quindi dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo Signore presiede la sua Chiesa - nell'icona questo è molto evidente; Lui dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L'atteggiamento di Maria nell’icona è sempre lo stesso: la preghiera. Lei no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell'Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa per ricordarle la necessità della veglia, dell'’attesa, della preghiera. Icona dell'Ascensione di Cristo, ma anche l'icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo: nell’icona su potrebbe anche legere una croce formata dall’asse verticale da Cristo a Maria, e l’asse orizzontale che percorre le teste degli angeli in bianche vesti e gli apostoli stessi; icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.
          L’icona dell'Ascensione e i testi dell'ufficiatura della festa sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l’umanità da noi assunta: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini…”.
          L’Ascensione del Signore nei testi della liturgia della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo. L’icona della festa della Pentecoste infatti riprenderà quasi uguale la parte inferiore dell'icona dell'Ascensione: in ambedue vediamo la Madre di Dio e gli apostoli in atteggiamento di preghiera contemplando il Cristo ascendente; la Madre di Dio e gli apostoli, la Chiesa stessa in atteggiamento di preghiere per ricevere il dono dello Spirito Santo: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall'eternità, nel suo seno dimora… Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre…”.
          Tutta l’economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, viene riassunto in uno dei tropari del vespro, che lo presenta con l’immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.
          Uno dei tropari dell'ufficiatura del vespro canta l’ascensione del Signore servendosi del salmo 23 nella sua forma dialogica, così come lo troviamo anche nella stessa notte di Pasqua nella liturgia bizantina: “Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l'un l'altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre”.
          Icona e festa dell'Ascensione del Signore; icona e festa della sua seconda  venuta. Diversi dei testi del mattutino della festa sottolineano questo doppio aspetto, commentando quasi iconograficamente l’uno e l’altro: “Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube… Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l'ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo Giudice…”. Il tropario della festa raccoglie i diversi aspetti della festa stessa: “Sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, rallegrando i discepoli con la promessa del Santo Spirito: essi rimasero confermati dalla tua benedizione, perché tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.

sabato 12 maggio 2012

Nuovo Vescovo per l'Eparchia di Lungro degli Italo Albanesi dell'Italia continentale



Rev. mo Archimandrita Donato Oliverio 

Oggi 12 Maggio 2012 il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Vescovo Eparchiale di Lungro degli Italo Albanesi dell'Italia Continentale  il Rev. Archimandrita Donato Oliverio, finora Delegato ad omnia della medesima Eparchia.

L'Archimandrita Donato Oliverio è nato il 5 marzo del 1956 a Cosenza, è stato alunno del nostro Pontificio Collegio Greco conseguendo in Roma i gradi accademici, fu ordinato sacerdote dall'Eparca Giovanni Stamati il 17 ottobre 1982. Parroco della parrocchia di San Giuseppe in Marri-San Benedetto Ulano e Amministratore di San Benedetto Ulano dall'8 dicembre 1982. E' stato Vicario di Mons. Ercole Lupinacci e primo collaboratore episcopale dal 2003.
Dal 2010 delegato ad omnia dell'Amministratore Apostolico, Mons. Salvatore Nunnari

Al Neo Vescovo porgiamo i nostri più calorosi auguri, affinchè sia un buon Pastore per la chiesa Italo -Albanese di Lungro


Εις πολλά έτη Δέσποτα
  
    Për shumë viet o Zot



                  



martedì 1 maggio 2012

2 Maggio, Memoria di Sant' Atanasio il Grande, patrono del Pontificio Collegio Greco




Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande Santo è l'appassionato teologo dell'incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che - come dice il prologo del quarto Vangelo - «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell'eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l'uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia, e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. Nato probabilmente ad Alessandria, in Egitto, verso l'anno 300, Atanasio ricevette una buona educazione prima di divenire diacono e segretario del Vescovo della metropoli egiziana, Alessandro. Stretto collaboratore del suo Vescovo, il giovane ecclesiastico prese parte con lui al Concilio di Nicea, il primo a carattere ecumenico, convocato dall'imperatore Costantino nel maggio del 325 per assicurare l'unità della Chiesa. I Padri niceni poterono così affrontare varie questioni, e principalmente il grave problema originato qualche anno prima dalla predicazione del presbitero alessandrino Ario. Questi, con la sua teoria, minacciava l'autentica fede in Cristo, dichiarando che il Logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere «medio» tra Dio e l'uomo, e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il «Simbolo della fede» che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella Liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale - che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella Celebrazione eucaristica - figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il Logos, è «della stessa sostanza» del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani. Morto il Vescovo Alessandro, Atanasio divenne, nel 328, suo successore come Vescovo di Alessandria, e subito si dimostrò deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane condannate dal Concilio niceno. La sua intransigenza, tenace e a volte molto dura, anche se necessaria, contro quanti si erano opposti alla sua elezione episcopale e soprattutto contro gli avversari del Simbolo niceno, gli attirò l'implacabile ostilità degli ariani e dei filoariani. Nonostante l'inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere - in questa situazione persino Ario fu riabilitato -, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Questi, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell'unità dell'Impero e dei suoi problemi politici, voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile - secondo il suo parere - a tutti i sudditi nell'Impero. La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte - durante un trentennio, tra il 336 e il 366 - Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant'Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant'Atanasio. Reinsediato definitivamente nella sua sede, il Vescovo di Alessandria poté dedicarsi alla pacificazione religiosa e alla riorganizzazione delle comunità cristiane. Morì il 2 maggio del 373, giorno in cui celebriamo la sua memoria liturgica.
L'opera dottrinale più famosa del santo Vescovo alessandrino è il trattato su L'incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest'opera Atanasio, con un'affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un'idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l'incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L'idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant'Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi». Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa - che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana - ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all'amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all'inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell'Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità.
Atanasio è, infine, anche autore di testi meditativi sui Salmi, poi molto diffusi, e soprattutto di un'opera che costituisce il best seller dell'antica letteratura cristiana: la Vita di Antonio, cioè la biografia di sant'Antonio abate, scritta poco dopo la morte di questo Santo, proprio mentre il Vescovo di Alessandria, esiliato, viveva con i monaci del deserto egiziano. Atanasio fu amico del grande eremita, al punto da ricevere una delle due pelli di pecora lasciate da Antonio come sua eredità, insieme al mantello che lo stesso Vescovo di Alessandria gli aveva donato. Divenuta presto popolarissima, tradotta quasi subito in latino per due volte e poi in diverse lingue orientali, la biografia esemplare di questa figura cara alla tradizione cristiana contribuì molto alla diffusione del monachesimo, in Oriente e in Occidente. Non a caso la lettura di questo testo, a Treviri, è al centro di un emozionante racconto della conversione di due funzionari imperiali, che Agostino colloca nelle Confessioni (VIII,6,15) come premessa della sua stessa conversione.
Del resto, lo stesso Atanasio mostra di avere chiara coscienza dell'influsso che poteva avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio. Scrive infatti nella conclusione di quest'opera: «Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l'avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest'uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l'avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù» (93,5-6).

dal sito: www.mariedenazareth.com




Απολυτίκιον Αγίου Αθανασίου


Tu fosti colonna dell'ortodossia, sostenendo con dogmi divini la Chiesa, o Gerarca Atanasio; tu infatti hai predicato il Figlio consustanziale al Padre, e confondesti Ario. Padre santo, supplica Cristo Dio di concederci la sua grande misericordia.

Στύλος γέγονας Ορθοδοξίας, θείοις δόγμασιν υποστηρίζων την Εκκλησίαν, ίεράρχα Αθανάσιε· τω γαρ Πατρί τον Υιών ομοούσιον, ανακηρύξας κατήσχυνας Άρειον. Πάτερ Όσιε, Χριστόν τον θεόν




domenica 22 aprile 2012

23 Aprile: San Giorgio Megalomartire



Αγίου Γεωργίου


L’esistenza della tomba di san Giorgio è testimoniata tra il 530 e il 670 da tre antichi- scrittori d’itinerari di pellegrinaggi cristiani, in particolare in Terra Santa: Teodosio Perigeta (africano del nord), Antonino, martire di Piacenza, e Adamnano, monaco irlandese, abate di lona o Hy. I documenti del VI e VII secolo, a loro volta, sono correlati a resti archeologici di una basilica cimiteriale risalente all’età dell’imperatore Costantino rinvenuti a Lydda in Palestina e tuttora visibili. Vi è inoltre un’epigrafe greca rinvenuta in Eccaea nella Batanea (regione della Palestina oltre il fiume Giordano, la Basan dell’Antico Testamento) datata dal bollandista Hippolyte Delehaye, al 368, la quale riferisce di una «casa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni», e di una chiesa dedicata al santo qualche decennio dopo la sua morte.
Dalla “passio Georgii” alla leggenda.
Il testo più antico della leggenda di san Giorgio ci è pervenuto da un codice greco del V secolo custodito nella Biblioteca Nazionale di Vienna. L’afflusso dei fedeli alla tomba di San Giorgio a Lydda, all’inizio del V secolo, determinò la stesura di una prima leggendaria Passio, da datare attorno al 916, (tradotta poi in latino dal Lippomano) che influenzò in maniera determinante il Monologo del Metafraste (siamo all’incirca nell’anno 964). Oltre che in latino, la Passio fu tradotta anche in altre lingue mediorientali, quali il copto, l’armeno, l’etiopico e l’arabo, per favorire l’uso liturgico che allora si faceva della vita dei santi. La figura di San Giorgio andò alimentandosi di racconti spesso fantasiosi: dalla prima Passio già citata, e rimaneggiata numerosissime volte nei secoli successivi in Asia, in Africa e in Europa, si pervenne alla leggendaria vita di San Giorgio che oggi conosciamo. Sebbene ci sia discordanza tra i vari estensori della Vita di San Giorgio, si può affermare con sicurezza che il santo nacque in Cappadocia, su quell’altipiano dell’Asia Minore che si estende dal mar Nero alle falde del monte Tauro, verso l’anno 280, da Geronzio, d’origine persiana, e Policronia, della Cappadocia, i quali professavano la fede cristiana. Per rintracciare i primi segni della santità di Giorgio, non si deve attendere l’età giovanile. Infatti, scrive il Metafraste, biografo accreditato del santo: «Il piccolo Giorgio, cristianamente educato alla verace pietà dai suoi genitori, accolse e fecondò nel suo cuore quei semi d ‘eroiche virtù, onde la Chiesa sorgente, tra lotte e trionfi, dalle rovine del paganesimo, a quel tempo abbisognava. . . ». Ancora in giovane età, nel momento in cui sentiva maggiore il bisogno dell’affetto dei genitori, perse il padre. Dopo tale lutto, si spostò con la madre a Lydda o diastoli in Palestina in una tenuta di sua proprietà e li, dopo poco tempo, rimase orfano anche della madre. Trascorsi gli anni dell’adolescenza, Giorgio dovette affrontare il momento della scelta del proprio stato e, nonostante il pericolo dovuto alla sua fede cristiana, decise di arruolarsi nella milizia di Diocleziano. Prima però di entrare nell’esercito si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi santi e così rinsaldare, sulle orme benedette di Cristo, la propria fede. Tornato dal pellegrinaggio nella Città santa, Giorgio mise in pratica i dettami evangelici: vendette i suoi beni e distribuì il ricavato ai poveri. Quindi, a vent’anni, si presentò all’imperatore. Ricordandogli il nome e i servigi del padre, Giorgio espresse a Diocleziano il desiderio di entrare a far parte dell’esercito imperiale, e fu arruolato. Nel tempo durante il quale prestava servizio militare, ebbe ad affrontare la lotta contro il drago nelle vicinanze della città di Berito. Ma proprio durante il regno di quell’imperatore scoppiò una delle più gravi persecuzioni contro i cristiani. Anche in un tale clima di terrore Giorgio non esitò a professare esplicitamente la sua fede in Cristo. L’editto imperiale che ordinava la persecuzione dei cristiani era arrivato nelle province orientali e fu promulgato anche a Nicomedia. Giunto in quella città il giorno stesso della divulgazione di tale ordine, il giovane non solo non ebbe dei ripensamenti, ma rafforzò con decisione la propria adesione a Cristo, anzi, notando la grande costernazione dei suoi fratelli nella fede, maturò nel suo animo un atto ardito e generoso: lacerare di fronte a tutti il documento imperiale. Così, il giorno dopo, mise in esecuzione il gesto provocatorio, e, senza aspettare di essere arrestato dai soldati, si presentò spontaneamente davanti al tiranno che si trovava nel senato. Intervenne allora il console Magnesio, che, fatto immediatamente arrestare l’irruente militare, si provò con adulazioni e minacce a fargli rinnegare la fede, senza ottenere alcun esito. Visto vano ogni tentativo, Diocleziano ordinò che Giorgio fosse spinto verso la prigione, pungolato dalle lance dei miliziani, ma le punte delle armi — narra la tradizione - si ripiegavano su se stesse come fossero dì sottilissimo piombo, senza arrecare nessuna ferita sul corpo del giovane cristiano. Così il prigioniero, incatenato e senza cibo, fu lasciato languire a lungo nel carcere sotterraneo, dove lo attendevano altre sevizie: gli fu infatti messo sul corpo, disteso sul pavimento, un enorme masso di pietra che, premendogli il petto, gli toglieva quasi il respiro, ma egli affrontò con forza la prova fino al giorno seguente, senza emettere neppure un gemito. Fu allora sottoposto al supplizio dei flagelli e, successivamente, gettato in una fossa riempita di calce bollente ove fu lasciato per tre giorni; ma ne uscì indenne, come nella vicenda biblica dei tre adolescenti tra le fiamme della fornace di Babilonia. Sembrava che le torture e le violenze che venivano praticate con raffinata crudeltà sul corpo di Giorgio, anziché fiaccarne la fede, la rendessero più forte. Diocleziano, convinto che le torture dovessero ormai aver piegato la sua capacità di resistere, lo convocò alla sua presenza e gli rinnovò minacce e promesse; ma non ne ottenne che lo stesso risultato, perché il giovane si rifiutò con sdegno di sacrificare agli dei di Roma. Allora, accecato dall’ira, l’imperatore fece legare nudo il ribelle ad un disco di legno munito di lamine rotanti su un ripiano di legno che gli avrebbero lacerato le carni, ma, appena la ruota incominciò a girare, come inceppata da una forza invisibile, si ruppe e andò in frantumi. Prodigiosamente sciolto dalle catene che lo tenevano avvinto allo strumento del supplizio, Giorgio levò un inno di grazie al Signore che viene in soccorso ai suoi eletti e li salva. Convinto tuttavia che la forza del cristiano, come quella del valoroso patriota, non consiste nel fuggire il nemico che avanza minaccioso, ma nell’affrontarlo con coraggio, il giovane soldato decise di confrontarsi di nuovo con l’imperatore e lo incontrò nel tempio d’Apollo. Il tiranno non si aspettava certo di vedersi comparire davanti quell’indomito soldato, il quale andava alzando la voce per denunciare la vanità degli idoli “che hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, hanno bocca e non parlano”. Fattolo nuovamente arrestare, Diocleziano, al colmo della rabbia, comandò che a quell’impudente provocatore fosse fatta trangugiare una pozione di veleno, che però non recò alcun danno al prigioniero. Alla vista di tali prodigi, due tribuni - Anatolio e Protoleone, convinti e persuasi della grandezza della fede cristiana, si convertirono e, dichiaratisi pubblicamente discepoli di Cristo, subirono immediatamente la pena capitale. Perfino l’imperatrice Alessandra, moglie del tiranno, commossa dalle scene cui aveva assistito, non poté trattenersi dal dichiarare la sua simpatia per la fede cristiana, per cui fu condannata a morte; ma prima ancora di essere condotta al luogo del supplizio s’accasciò al suolo e spirò. L’imperatore continuava ad essere succube delle malie e dei consigli del mago Atanasio, dal quale fu spinto a sottoporre Giorgio ad una prova incredibile, quella di resuscitare un morto. In un frangente tanto difficile il giovane soldato non si perse d’animo, ma pose la sua speranza unicamente nella potenza del Signore che è vicino a chi lo invoca. Portato davanti ad una tomba scoperchiata dove giaceva un cadavere in avanzato stato di decomposizione, Giorgio alzò gli occhi al cielo e, dopo aver pregato, comandò al morto di tornare in vita. Questi, tra la meraviglia di tutti, si levò dal sepolcro e si prostrò ai suoi piedi confessando la propria fede in Gesù, imitato dal mago che aveva suggerito la sfida. Solo l’imperatore Diocleziano rimase irremovibile, pur in presenza di tanti e straordinari prodigi di cui era stato testimone in prima persona; anzi, preso da una rabbia che montava, diede l’ordine che Giorgio e tutti coloro che avessero aderito a Cristo fossero giustiziati. Giorgio, quindi, fu decapitato. Era l’anno 303 d.C.
San Giorgio e il drago, ovvero la “Leggenda Aurea”
La leggenda della fanciulla libérata dal drago per opera di San Giorgio è molto più tardiva rispetto alle altre; sorse in ambiente orientale e divenne popolarissima in Occidente attraverso la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, arcivescovo di Genova, della seconda metà del XIII secolo. Si raccontava che il drago, un mostro del luogo che terrorizzava un intero paese, avvelenasse con il suo alito tutti quelli che gli si avvicinavano. La popolazione, per tenerlo tranquillo, gli offriva in pasto due pecore. Quando però gli ovini presero a scarseggiare, gli animali furono sostituiti da vittime umane scelte a caso tra la popolazione del villaggio. Un giorno la sorte designò quale macabra offerta della giornata la figlia del re. Il padre tentò di salvarla mettendo a disposizione per il riscatto il proprio patrimonio e perfino la metà del suo regno, ma il popolo, costretto a scegliere i figli per il sacrificio di tutti i giorni, si ribellò all’idea di un privilegio così odioso che avrebbe risparmiato la principessa, mentre tutti gli altri giovani venivano sacrificati senza pietà. Anche la figlia del re quindi dovette rassegnarsi ad andare incontro al proprio crudele destino. Ora avvenne che proprio durante tale circostanza il cavaliere Giorgio passasse casualmente da quelle parti. Venuto a conoscenza dell’amara vicenda, si offrì generosamente di affrontare l’orribile drago. Dopo averlo trafitto con la lancia e averlo ridotto all’impotenza, lo catturò e lo immobilizzò con la cintura della principessa. Poi lo trascinò in città. Alla vista del mostro al guinzaglio dell’eroe, il popolo ebbe paura, ma Giorgio tranquillizzò tutti esortandoli nel frattempo ad abbracciare la fede cristiana. Tutta la gente, assieme al proprio monarca, ne accolse l’invito. Dopo che Giorgio ebbe ucciso il drago, ben quindicimila uomini ricevettero il battesimo. Per sé il cavaliere non domandò nessun privilegio né alcuna ricompensa. Solo chiese al re di provvedere alle chiese, di onorare i sacerdoti e di praticare la carità verso i poveri. La leggenda di San Giorgio vittorioso sul drago era sorta al tempo delle crociate a causa di una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore Costantino rinvenuta a Costantinopoli. In quella effigie il primo imperatore cristiano era ritratto nell’atto di schiacciare con il piede la testa di un drago. La fantasia popolare, forse ancora imbevuta delle leggende pagane (Perseo che uccide il mostro per liberare Andromeda), rielaborò ed arricchì il racconto che si diffuse ben presto anche in altre nazioni dell’Oriente. Secondo tale erronea interpretazione, Giorgio divenne cavaliere, e la sua figura in sella ad un cavallo venne a far parte dell’iconografia classica del santo.
I panegirici, i sacramentari e le preghiere liturgiche bizantine
Sono numerosi gli scrittori sacri che si sono occupati di San Giorgio, a partire dai Padri della Chiesa san Basilio, sant’Ambrogio e san Giovanni Crisostomo nei primi secoli dell’era cristiana dopo di loro, prima del Mille, il papa san Gregorio Magno, sant’Andrea di Creta e san Beda il Venerabile. Dopo l’anno Mille altre grandi personalità della Chiesa si ispirarono alla figura di San Giorgio e ne tesserono dei panegirici, elogiandone la fede e il martirio; tra di essi sono da ricordare, tra i secoli XI e XV, il vescovo Zaccaria, san Pier Damiani, san Vincenzo Ferreri e san Lorenzo Giustiniani. Anche il grande filosofo scolastico san Tommaso d’Aquino scrisse un sermone su di lui. Nel corso dei secoli schiere di predicatori, illustri o anonimi, nelle loro omelie continuarono a riferirsi al grande eroe della fede cristiana. In merito qui di seguito si fa cenno a sacramentari e ad alcuni panegirici tra i più significativi tenuti in onore del santo da predicatori nel periodo medievale, e giunti a noi attraverso documenti redatti in latino e riproposti in lingua italiana.
Da un panegirico di S. Andrea di Creta († 740)
Sant’Andrea di Creta, Padre della Chiesa Orientale, così tesse le lodi di San Giorgio in un suo panegirico: La memoria del nostro campione non solo ci ricorda per eccellenza la passione del Signore, giungendo a noi gradita per il suo atletico combattimento e bella per i fulgori primaverili, bensì partecipa assai largamente della gioia che ridonda delle più grandi solennità divine. Giorgio io dico, che nel nome significò maturanza divina e maturando mostrò in sé grazia rispondente al nome... Giorgio fu grande agricoltore di divine ispirazioni; egli, orticello divino, nel quale fu lavorata la grazia della fede e per tutti compiuti i numerosi miracoli. Costui, come rosa di mezzo alle spine, ebbe allora a nascere; e cresceva, di mezzo al lezzo dell’idolatri a, come giglio odoroso di fede. Ebbe a sorgere come un cipresso di mezzo ad un roveto, o come un ulivo che nereggia nel deserto, o come palma che raddolcisce i frutti già amari, o come luna piena che manda raggi in notte assai fosca, o come fiaccola in dense tenebre, o come stella del mattino di mezzo alle nuvole oscure per coloro che vanno raminghi nel mare, o come sole che vibra lieto splendore di mezzo ad una densa nebbia...”.

dal sito web: www.chiesasangiorgioalbanese.it



Απολυτίκιον Αγίου Γεωργίου



Ως των αιχμαλωτων ελευθερωτης,
και των πτωχων υπερασπιστης,
ασθενουντων ιατρος, βασιλεων υπερμαχος,
Τροπαιοφορε Μεγαλομαρτυς Γεωργιε,
πρεσβευε Χριστω τω Θεω,
σωθηναι τας ψυχας ημων.


sabato 21 aprile 2012

Domenica III di Pasqua: delle Mirofore




Questa terza domenica di Pasqua la Chiesa la dedica alle donne chiamate Miròfore cioè portatrici degli oli, che di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, si recarono al sepolcro per ungere il corpo del Signore e completarne la sepoltura. Queste donne, trepidanti, spaventate e addolorate, per la strada, con gli oli e le bende che sarebbero servite ad avvolgere il corpo del Signore, si chiedevano tra di loro chi le avrebbe aiutate a spostare il grande masso che copriva l'ingresso della tomba. Ma al loro arrivo trovarono il sepolcro aperto e un angelo che diede loro l'annuncio della risurrezione: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto [...]».
In questo stesso giorno si fa memoria anche del nobile Giuseppe di Arimatea, che si prodigò, dopo la crocifissione affinché i romani restituissero il corpo del Signore. Giuseppe con un lenzuolo coprì il corpo del Signore e lo depose in un sepolcro nuovo di sua proprietà. Si ricorda anche Nicodemo, il discepolo che di notte visitò il Signore e chiese come era possibile rinascere una seconda volta (Gv 3,4).



lunedì 16 aprile 2012

Iconostasi e Liturgia celeste




Una prospettiva cattolica orientale

per la nuova evangelizzazione


Aula Magna

Pontificio Istituto Orientale

lunedì, 23 aprile 2012, ore 9.00

Scarica il programma: www.pontificio-orientale.com


venerdì 13 aprile 2012

Venerdì del Rinnovamento - Tis Zoodochu Pighis




Maria fonte di vita

Fuori da Costantinopoli, nel quartiere delle Sette Torri, l'imperatore Leone I il Grande (457-474), che poi sarà anche santo, volle costruire un'importante chiesa in onore della Theotokos. Questo perché, prima di diventare imperatore, Leone incontrò lì un cieco tormentato dalla sete che gli chiese di aiutarlo a trovare dell'acqua. Leone ne ebbe compassione e andò in cerca di una fonte ma non ne trovò. Allora sentì una voce che gli disse che l'acqua era nelle vicinanze, continuò a cercare, ma ancora non ne trovò. La voce si fece risentire e questa volta lo chiamò “imperatore” e gli disse che avrebbe trovato dell'acqua fangosa nel vicino bosco, che avrebbe dovuto prenderne un po' e con questa ungere gli occhi del cieco; come detto trovò l'acqua e unse gli occhi del cieco che ricominciò a vedere.
Poi, come profetizzato dalla Theotokos, Leone divenne imperatore e nel luogo in cui aveva trovato l'acqua fece costruire una chiesa; le acque del luogo operarono numerose guarigioni ed ecco perché la Vergine ricevette il titolo di “Fonte di Vita”.




mercoledì 11 aprile 2012

CELEBRATI IN SAN PIETRO I FUNERALI DEL CARDINALE DAOUD, "ARTEFICE DI UNITÀ"






2012-04-11 Radio Vaticana
“Testimone di unità dei cristiani”. Così ieri, nel corso delle esequie in San Pietro, il cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, ha ricordato il cardinale Ignace Moussa I Daoud, patriarca emerito di Antiochia dei Siri e già prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. Il porporato si era spento sabato scorso a Roma all’età di 89 anni. Benedetta Capelli:
“Una vita tutta spesa a servizio della Chiesa”. In poche parole il cardinale Sodano ha tratteggiato la figura del Patriarca emerito di Antiochia dei Siri, cardinale Daoud. Un commosso ricordo al quale – ha detto il porporato nella sua omelia – si è anche unito il Papa da Castel Gandolfo. “Testimone di unità” è l’altra definizione usata dal cardinale Sodano per ricordare il cardinale Daoud che si spese con grande impegno alla guida della Congregazione per le Chiese Orientali e prima ancora come capo della Chiesa Patriarcale di Antiochia. Proprio come Patriarca, il cardinale Daoud assunse il nome tradizionale di Ignazio, “grande cultore dell’unità della Chiesa” e primo vescovo di Antiochia dopo l’Apostolo Pietro. “Antiochia era allora – ha detto il decano – una grande città della Siria, lì i discepoli di Cristo avevano iniziato a dirsi cristiani”. Da lì partì poi il grande slancio missionario della Chiesa dove tutti erano uniti “in un’anima sola ed un cuor solo”. Per quell’unità – ha ricordato il cardinale Sodano – nacque il Patriarcato di Antiochia dei Siri. L’amore verso Antiochia ha portato il cardinale Daoud a scegliere come luogo di sepoltura Beirut accanto ai suoi predecessori del Patriarcato Siro. “Noi a Roma – ha concluso il decano – lo ricorderemo sempre come artefice di unità impegnandoci poi a lavorare tutti per il bene della Santa Chiesa, riunita intorno al Successore di Pietro, così come Cristo la volle”