domenica 26 ottobre 2014

26 Ottobre: San Demetrio Megalomartire








Il 26 ottobre ricorre la festa del Megalomartire Demetrio da Tessalonica, festa solennizzata in tutto l' Oriente Cristiano.
Demetrio il gloriosissimo martire di Cristo, visse sotto l'impero di Massimiano nella città di Tessalonica, era pio e maestro della fede verso Gesù Cristo. Massimiano, essendo andato in Tessalonica e avendo saputo chr S. Demetrio era cristiano, lo fece prendere e torturar, e poi lo rinchiuse. Massimiano aveva allora un lottatore di nome Lieo, e con lui si vantava che nessuno era in gradi di vincere Lieo. Un giovane di nome Nestore, saputò ciò arse di zelo e, introdottosi in prigione presso S. Demetrio, ricevette da lui il consenso. Avendo vinto Lieo, lo uccise, Massimiano si addolorò per la morte del lottatore e saputo che la causa della sua morte era stato Demetrio, mandò ad ucciderlo nella prigione. I soldati, introdottisi nella prigione con gli astati, lo trafissero. La dove ora giace, fa sgorgare guarigioni.


Apolitikion:


Μέγαν εύρατο εv τοίς κιvδύvοις, σέ υπέρμαχοv η οικουμένη, Αθλοφόρε τά έθνη τροπούμενον. Ως ούν Λυαίου καθείλες τήν έπαρσιν, εν τώ σταδίω θαρρύvας τόν Νέστορα, ούτως Άγιε,
Μεγαλομάρτυς Δημήτριε, Χριστόν τόν Θεόν ικέτευε, δωρήσασθαι ημίν τό μέγαέλεος.

Il mondo ha trovato in te nei pericoli, o vittorioso, un grande difensore che mette in rotta le genti. Come dunque hai abbattuto la boria di Lieo, incoraggiando Nestore nello stadio, cosí, o santo megalomartire Demetrio, supplica Cristo perché ci doni la grande misericordia.




giovedì 23 ottobre 2014

L'anafora di San Giacomo fratello del Signore



Ammutolisca ogni carne umana

di Manel Nin


Il 23 ottobre, nella tradizione bizantina, si celebra la memoria di san Giacomo, fratello del Signore, primo vescovo di Gerusalemme. Nel Pontificio Collegio Greco di Roma, la domenica più vicina a questa data si celebra, ormai da alcuni decenni, la Divina liturgia con una anafora che la tradizione bizantina ha lasciato cadere praticamente del tutto e che invece la tradizione siro-occidentale usa molto spesso, assieme all'anafora dei Dodici apostoli. L'anafora di san Giacomo si trova in diverse versioni linguistiche ma specialmente in greco e in siriaco, che a sua volta sarebbe la traduzione da un testo greco più semplice e arcaico dell'attuale. Per entrambe le versioni, l'attribuzione a san Giacomo, fratello del Signore, è unanime. Ci sono poi versioni georgiana, armena, etiopica, a dimostrazione dell'importanza che questo testo ebbe almeno durante il primo millennio. È chiaro che si tratta di una liturgia che proviene da Gerusalemme, con molti riferimenti a personaggi veterotestamentari (Abele, Noè, Abramo, Zaccaria), ai luoghi santi, alla Gerusalemme celeste, con l'ingresso nel Santo dei Santi, la processione del piccolo ingresso con l'evangeliario e la croce, le diverse preghiere - collegate col salmo 140 - di benedizione dell'incenso. Riguardo alla datazione ci sono diverse ipotesi che la collocano tra la fine del III secolo fino al VI o VII secolo. È sicuramente un testo elaborato in diverse tappe, ma già quasi completo alla fine del IV secolo. L'anafora di san Giacomo è teologicamente molto diversa da quella di san Giovanni Crisostomo e da quella di san Basilio, e si tratta chiaramente di una liturgia di tipo antiocheno. Nella prassi costantinopolitana l'anafora non è più in uso, e ora viene celebrata soltanto il 23 ottobre a Gerusalemme, nelle isole di Zante e di Cipro e, a Roma, a Sant'Atanasio in una domenica attorno al 23 ottobre. La struttura della celebrazione è un po' diversa da quella abituale nella tradizione bizantina e prevede, almeno per la liturgia dei catecumeni, che essa sia celebrata nel bèma, cioè lo spazio nel centro della navata della chiesa - nelle chiese siriache è uno spazio chiuso anche da un cancello - dove si collocano un ambone per l'evangeliario e un tavolino per la croce; attorno all'evangeliario e alla croce si dispongono il sacerdote col diacono e i preti concelebranti e lì si svolge tutta la liturgia della Parola. La liturgia eucaristica, poi, viene celebrata nel santuario. Nella struttura sono da sottolineare alcuni elementi. Innanzi tutto, l'avvio del Piccolo ingresso subito all'inizio della liturgia, senza le tre antifone della liturgia di san Giovanni Crisostomo, fatto che accomuna questa liturgia con quelle di tradizione siriaca e che ne indica anche una notevole arcaicità. Nelle diverse litanie fatte dal diacono rivolto verso il popolo, nell'ultima petizione - "Facendo memoria della Tuttasanta, Immacolata" - si aggiungono sempre Giovanni Battista, i profeti, gli apostoli, i martiri, e in una di esse anche Mosè, Aronne, Elia, Eliseo, Samuele, Davide, Daniele. Le letture vengono fatte dal bèma, il luogo centrale dove viene proclamata la Parola e dove anche viene commentata. L'inno Ammutolisca ogni carne umana, che prende il posto dell'inno cherubico dell'anafora di san Giovanni Crisostomo ed è lo stesso cantato nel Sabato santo nella liturgia di san Basilio. Infine, lo scambio di pace dopo il Credo, che nella liturgia di san Giovanni Crisostomo è rimasto soltanto tra il clero. L'anafora di san Giacomo viene inquadrata, come d'altronde anche le altre anafore cristiane, tra due grandi movimenti di lode a Dio all'inizio: "È veramente cosa buona e giusta, conveniente e doverosa, lodare inneggiare, adorare, glorificare e rendere grazie a Te, creatore delle cose visibili e invisibili"; e alla fine la conclusione del sacerdote: "Per la grazia, la misericordia e l'amore per gli uomini del tuo Cristo, con il quale sei benedetto e glorificato insieme con il santissimo buono e vivificante tuo Spirito". Cioè il movimento che va dall'opera creatrice di Dio alla sua opera di santificazione operata da Cristo per mezzo dello Spirito; dalla creazione, alla redenzione, alla santificazione. Nell'anafora di san Giacomo non vi è, come in altre anafore, l'enumerazione di tutta una serie di attributi apofatici di Dio - invisibile, incomprensibile, incommensurabile - ma, nell'introduzione, soltanto quella di tre titoli: "Creatore di tutte le cose, tesoro dei beni, sorgente di vita e di immortalità", e poi a lungo quella di tutte le schiere chiamate a questa lode: i cieli, il sole, la luna, la terra, il mare, la Gerusalemme celeste, la Chiesa dei primogeniti, i giusti, i profeti, i martiri, gli apostoli, cherubini, serafini. In altre parole sono tutto il creato e tutta la chiesa che sono attirate alla lode di Dio. Prima della narrazione dell'istituzione dell'eucaristia e dell'epiclesi, l'anafora di san Giacomo narra la storia della salvezza; notiamo una serie di verbi che la scandiscono: "hai avuto compassione, hai creato l'uomo; lui cadde, ma non lo hai disprezzato, non lo hai abbandonato, ma corretto, richiamato, guidato". E alla fine della narrazione vi è la proclamazione del mistero centrale della fede cristiana: "Infine hai inviato nel mondo il tuo proprio Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, perché egli con la sua venuta rinnovasse e risuscitasse la tua immagine". La venuta di Cristo rinnova nell'uomo l'immagine di Dio; in questa frase si ritrova la dottrina sulla salvezza dei padri della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a Ireneo, da Origene ad Atanasio e Ambrogio. È importante sottolineare questa centralità del destino dell'uomo nella provvidenza di Dio, nella linea dello stesso Cirillo di Gerusalemme nelle sue Catechesi: "Tutte le creature sono belle, ma ce n'è soltanto una a immagine di Dio e questa è l'uomo. Il sole è stato fatto da un ordine; l'uomo, invece, è stato fatto dalle mani di Dio: facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza". L'anafora di san Giacomo evidenzia un aspetto importante: l'immagine di Dio maltrattata dall'uomo viene rinnovata - cioè ricreata - da Cristo. Questa nuova creazione avviene nella sua incarnazione e l'anafora dice che Cristo "è disceso, si è incarnato, è vissuto insieme, ha disposto tutto". Nell'epiclesi, il dono dello Spirito viene chiesto sui fedeli e sui doni presentati: "Manda su di noi e su questi santi doni che ti presentiamo il tuo Spirito Santissimo". Il testo ha una formulazione trinitaria che sembra conoscere già la formula di Costantinopoli del 381: "Signore e vivificante, consustanziale, condivide l'eternità". Poi ancora l'anafora accenna ad alcuni momenti scritturistici di discesa dello Spirito Santo legati anche ad ambiente gerosolimitano: "è sceso sotto forma di colomba nel Giordano, sui santi apostoli nella camera alta della santa e gloriosa Sion". Ancora l'epiclesi chiede come frutto della santificazione dello Spirito che i doni diventino Corpo e Sangue di Cristo e che la Chiesa sia santificata e rimanga stabile nella roccia della fede. L'azione dello Spirito, in questa anafora, viene strettamente collegata alla sua azione lungo tutta la storia della salvezza; lui "ha parlato nella Legge, nei Profeti e nella nuova Alleanza". Essendo il testo di origine gerosolimitana, è importante sottolineare il collegamento tra lo stesso Spirito che parla nell'antica e nella nuova Alleanza: quello Spirito che parla nella Legge, nei profeti, nella nuova Alleanza, scende su Cristo, sugli apostoli, sui santi doni presentati (e qui si possono aggiungere tutti gli altri sacramenti: le acque battesimali, il santo crisma). L'epiclesi ha pure una chiara dimensione ecclesiologica, che verrà in qualche modo sottolineata di nuovo nella grande preghiera di intercessione alla fine dell'anafora, la quale ha ancora degli accenni chiaramente gerosolimitani: "a sostegno della tua santa Chiesa cattolica e apostolica che hai stabilito sulla roccia della fede. Ti offriamo questo sacrificio per la tua santa e gloriosa Gerusalemme, madre di tutte le Chiese. Ricordati di questa santa tua città. Ricordati Signore di tutti i cristiani che sono andati o si recano nei luoghi santi di Cristo". I frutti della discesa dello Spirito sono quindi la santificazione dei doni e, per mezzo di essi, la santificazione della Chiesa. La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo porta la comunità, la Chiesa alla pienezza della forza dello Spirito. Questo Spirito invocato sulla comunità le viene dato attraverso la comunione ai Santi Doni; lo Spirito costruisce il corpo ecclesiale di Cristo per mezzo della santificazione, della divinizzazione di coloro che vi si comunicano. Già sant'Efrem ha un bellissimo testo in questa stessa linea: "Nel tuo pane si nasconde lo Spirito che non può essere consumato; nel tuo vino c'è il fuoco che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino: ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra. Il serafino non poteva avvicinare la brace alle sue dita, che si avvicinò soltanto alla bocca di Isaia; né le dita l'hanno presa né le labbra l'hanno mangiata; ma a noi il Signore ci ha concesso di fare ambedue le cose. Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori, ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane. Invece del fuoco che distrusse l'uomo, abbiamo mangiato il fuoco nel pane e siamo stati vivificati". Durante la litania prima del Padre nostro, il sacerdote silenziosamente fa una preghiera in cui chiede la purificazione delle anime e dei corpi e fa un elenco di vizi che devono essere purificati che ricorda tantissimo quelli che poi si ritroveranno nei testi di origine monastica (regole, lettere, ammonimenti): "allontana da noi invidia, arroganza, ipocrisia, menzogna, astuzia, desideri mondani, vanagloria, ira, ricordo delle offese". La liturgia di san Giacomo rispecchia, quindi, tre aspetti importanti: la centralità della lode di Dio da parte di tutta la creazione e di tutta la Chiesa; la restaurazione (ricreazione) dell'immagine di Dio nell'uomo per l'opera di Cristo; l'azione santificatrice dello Spirito nella storia della salvezza, sui doni, sui credenti. Celebrare la liturgia di san Giacomo, almeno una volta all'anno, è semplicemente fare dell'archeologia liturgica? O, magari, rivendicare il patrimonio liturgico gerosolimitano di fronte all'influsso a livello liturgico che Costantinopoli ebbe sugli altri patriarcati? No, non soltanto celebrare l'anafora di san Giacomo - come tutte le altre anafore cristiane - è celebrare il mistero della morte e risurrezione del Signore, ma è anche celebrare con una anafora che mette di fronte ad aspetti teologici, ecclesiologici, liturgici e anche architettonici un po' diversi da quelli a cui si è abituati nella tradizione bizantina, e soprattutto è celebrare con una anafora che rende presente la comunione con la Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese cristiane. "Camminando di potenza in potenza e celebrando la divina liturgia nel tuo tempio, ti preghiamo, rendici degni - recita la preghiera di congedo dell'anafora di san Giacomo - del perfetto amore degli uomini. Raddrizza la nostra via, fortificaci nel tuo timore. Abbi pietà di tutti e rendili degni del tuo Regno celeste nel Cristo Gesù nostro Signore"

ς το Κυρίου μαθητής, νεδέξω Δίκαιε τ Εαγγέλιον, ς Μάρτυς χεις τ παράτρεπτον, τν παρρησίαν ς δελφόθεος, τ πρεσβεύειν ς εράρχης· Πρέσβευε Χριστ τ Θε, σωθναι τς ψυχς μν.

Come discepolo del Signore tu hai accolto o giusto il Vangelo; come martire possiedi l'immutabile saldezza, la franchezza, come fratello di Dio, l'intercessione come pontefice. Intercedi presso Dio per la salvezza delle anime nostre.






Sua Beatitudine Younan: "Le Famiglie in Medio Oriente si trovano ad affrontare una grande sfida"






Il Patriarca siro-cattolico di Antiochia chiede il sostegno della Chiesa e del mondo


Roma, 22 Ottobre 2014 

Sua Beatitudine Ignazio Youssef III Younan, Patriarca siro cattolico di Antiochia, ha dichiarato che la sfida per i cristiani in Iraq e in Siria è "non solo vivere la nostra vocazione cristiana, ma sopravvivere". Ha aggiunto che la Chiesa deve  "prendersi cura di loro".

In una intervista rilasciata a ZENIT, il Patriarca Younan ha raccontato delle sofferenze  e delle sfide che le famiglie della sua regione stanno affrontando, rivelando di essere “molto preoccupato”. Sua Beatitudine ha parlato poi del Sinodo sulla Famiglia; le Sue speranze e l’auspicio che la sua gente venga aiutata.

Alla fine di luglio, Papa Francesco aveva chiamato il patriarca cattolico, dicendo che stava seguendo con preoccupazione quanto avveniva in Iraq, in particolare la drammatica situazione dei cristiani che vivevano a Mosul.

I militanti islamici avevano minacciato di morte i cristiani di Mosul confiscando loro le case e tutti gli averi se non si fossero convertiti. Mosul è la seconda città dell'Iraq ed è ora senza una presenza cristiana per la prima volta in quasi duemila anni.

Il Patriarca Younan ha denunciato gli attacchi dei membri dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (ISIS), tra cui un incendio doloso della sede episcopale della Chiesa siro-cattolica di Mosul. Sua Beatitudine è stato anche uno dei sei patriarchi del Medio Oriente che hanno partecipato ad un vertice a Washington nel mese di settembre con i legislatori degli Stati Uniti per discutere e affrontare la situazione di emergenza.

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Chi è il patriarca di Antiochia?

Sono Ignazio Youssef III Younan, patriarca siro-cattolico di Antiochia. La nostra sede patriarcale si trova a Beirut, in Libano.

Quali sono state le principali preoccupazioni riguardanti la famiglia prima di questo Sinodo e, in particolare quali le preoccupazioni nella vostra regione?

Le famiglie cristiane dell'intero Medio Oriente, forse con la sola eccezione del Libano, si trovano ad affrontare una grande sfida: come costruire un futuro, conservando la fede, annunciando e trasmettendo la fede ai loro figli in maniera dignitosa, garantendo e preservando la libertà. Quello che abbiamo affrontato negli ultimi quattro mesi, è stato incredibilmente difficile per le nostre famiglie in Iraq, così come per le famiglie cristiane che vivono in Siria.

In questi due paesi, si sta verificando una sorta di battaglia per la sopravvivenza. Non solo come poter vivere la nostra vocazione cristiana, ma realmente come sopravvivere. I cristiani che ancora vivono nelle loro case in Iraq e Siria sono sfidati e stanno affrontando tante difficoltà. Abbiamo problemi enormi per assistere coloro che sono fuggiti dall'Iraq e dalla Siria. In più ci sono divisioni tra i cristiani, perché sono alla ricerca di un altro Paese dove poter vivere la loro fede in modo dignitoso, in piena libertà di religione e di coscienza.

E per coloro che sono stati ospitati in paesi stranieri, la sfida è quella di riuscire ad integrarsi nella società. Noi cristiani del Medio Oriente, abbiamo i nostri problemi, a cui si aggiungono quelli delle famiglie cristiane di tutto il mondo, di fronte alle sfide quali la globalizzazione, l'educazione dei bambini, il sostegno dei giovani.

Abbiamo fede e nutriamo la speranza che il Signore sostenga le nostre famiglie affinché siano testimoni del Vangelo dell'amore e della pace.

In che modo il Sinodo ha contribuito al rafforzamento delle famiglie cristiane ?

A mio parere, il Sinodo ha fatto un ottimo lavoro analizzando i problemi e le difficoltà delle famiglie cristiane di tutto il mondo. La situazione è molto diversa da Paese a Paese, da continente a continente e da sud a nord. Ma il Sinodo ha fatto un ottimo lavoro. E, in seguito al lavoro che si svolgerà da qui al prossimo anno ci aspettiamo dal Sinodo del una risoluzione molto chiara per quanto riguarda le famiglie cristiane.

In questo contesto intendo sottolineare una mia considerazione particolare. Sono molto preoccupato per la nostra gente in Iraq e Siria, e voglio far conoscere la realtà al mondo soprattutto nei Paesi occidentali, dove si prendono le decisioni che influenzano l’intero pianeta.

Devo dire loro di mantenere la fedeltà ai principi della vera democrazia, della vera libertà, delle libertà civili, così come la libertà di religione e di coscienza. E, infine, voglio rassicurare  le nostre famiglie, confermando che la Chiesa non le abbandonerà e si prenderà cura di loro.


(22 Ottobre 2014) © Innovative Media Inc.

lunedì 20 ottobre 2014

Chirotonia Presbiterale




Domenica 19 Ottobre
nella Chiesa di San Giosafat in Prudentopolis
il Diacono Valter Volochen
dell'Eparchia di Stamford degli Ucraini
ha ricevuto la Chirotonia Presbiterale
per imposizione delle mani di S. E. Rev. Mons. Paul Patrick Chomnycky O.S.B.M.
Al neo-Presbitero alunno del nostro Pontificio Collegio Greco, e carissimo amico,
vanno i nostri migliori auguri. Axios



venerdì 17 ottobre 2014

18 Ottobre: San Luca, Apostolo ed Evangelista




L'evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

San Luca Evangelista, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli, è chiamato "lo scrittore della mansuetudine del Cristo". Paolo lo chiama "caro medico", compagno dei suoi viaggi missionari, confortatore della sua prigionia. Il suo Vangelo, che pone in luce l'universalità della salvezza e la predilezione di Cristo verso i poveri, offre testimonianze originali come il vangelo dell'infanzia, le parabole della misericordia e annotazioni che ne riflettono la sensibilità verso i malati e i sofferenti. Nel libro degli Atti delinea la figura ideale della Chiesa, perseverante nell'insegnamento degli Apostoli, nella comunione di carità, nella frazione del pane e nelle preghiere. Secondo la tradizione Luca nacque ad Antiochia da famiglia pagana e fu medico di professione, poi si convertì alla fede in Cristo. Divenuto compagno carissimo di san Paolo Apostolo, sistemò con cura nel Vangelo tutte le opere e gli insegnamenti di Gesù, divenendo scriba della mansuetudine di Cristo, e narrando negli Atti degli Apostoli gli inizi della vita della Chiesa fino al primo soggiorno di Paolo a Roma. Ma che c’entra Teofilo? E chi lo conosce? Da sempre ci pare un po’ abusivo questo personaggio ignoto, che vediamo riverito e lodato all’inizio del Vangelo di Luca e dei suoi Atti degli Apostoli. La risposta si trova nella formazione ellenistica dell’autore. Con la dedica fatta a Teofilo, che doveva essere un cristiano eminente, egli segue l’uso degli scrittori classici, che appunto erano soliti dedicare le loro opere a personaggi insigni. Luca, infatti, ha studiato, è medico e tra gli evangelisti è l’unico non ebreo. Forse viene da Antiochia di Siria (oggi Antakya, in Turchia). Un convertito, un ex pagano, cui Paolo di Tarso si associa nell’apostolato, chiamandolo "compagno di lavoro" (Filemone 24) e indicandolo nella Lettera ai Colossesi come "caro medico" (4,14). Il medico segue Paolo dappertutto, anche in prigionia: due volte. E durante la seconda, mentre in un duro carcere attende il supplizio, Paolo scrive a Timoteo che ormai tutti lo hanno abbandonato. Meno uno. "Solo Luca è con me" (2 Timoteo 4,11). E questa è l’ultima notizia certa dell’evangelista.
Luca scrive il suo vangelo per i cristiani venuti dal paganesimo. Non ha mai visto Gesù e si basa sui testimoni diretti, tra cui probabilmente alcune donne, che furono le prime a rispondere all'annuncio. C’è un’ampia presenza femminile nel suo vangelo, cominciando naturalmente dalla Madre di Gesù: Luca è attento alle sue parole, ai suoi gesti, ai suoi silenzi. Di Gesù egli sottolinea l’invitta misericordia e quella forza che uscendo da lui "sanava tutti": Gesù medico universale, chino su tutte le sofferenze, Gesù onnipotente e “mansueto” come lo credeva Dante nelle parole di Luca.Gli Atti degli Apostoli raccontano il primo espandersi della Chiesa cristiana fuori di Palestina, con i problemi e i traumi di questa universalizzazione. Nella seconda parte è dominante l’attività apostolica di Paolo, dall’Asia all’Europa; qui Luca si mostra attraente narratore quando descrive il viaggio, la tempesta, il naufragio, le buone accoglienze e le persecuzioni, i tumulti e le dispute, gli arresti dal porto di Cesarea Marittima fino a Roma e alle sue carceri. Secondo un’antica leggenda, Luca sarebbe stato anche pittore e, in particolare, autore di numerosi ritratti della Madonna. Altre leggende dicono che, dopo la morte di Paolo, egli sarebbe andato a predicare fuori Roma e si parla di molti luoghi. Di troppi. In realtà, nulla sappiamo di lui dopo le parole di Paolo a Timoteo dal carcere. Ma il Vangelo di Luca continua a essere annunciato insieme a quelli di Matteo, Marco e Giovanni in tutto il mondo. E con esso anche gli Atti degli Apostoli.


Απολυτίκιον Αγίου Λουκά



mercoledì 24 settembre 2014

Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Albania



DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Università Cattolica “Nostra Signora del Buon Consiglio”(Tirana)
Domenica, 21 settembre 2014


Cari amici,

sono veramente lieto di questo incontro, che riunisce i responsabili delle principali confessioni religiose presenti in Albania. Saluto con profondo rispetto ciascuno di voi e le comunità che rappresentate; e ringrazio di cuore Mons. Massafra per le sue parole di presentazione e introduzione. È importante che siate qui insieme: è il segno di un dialogo che vivete quotidianamente, cercando di costruire tra voi relazioni di fraternità e di collaborazione, per il bene dell’intera società. Grazie per quello che fate. L’Albania è stata tristemente testimone di quali violenze e di quali drammi possa causare la forzata esclusione di Dio dalla vita personale e comunitaria. Quando, in nome di un’ideologia, si vuole estromettere Dio dalla società, si finisce per adorare degli idoli, e ben presto l’uomo smarrisce sé stesso, la sua dignità è calpestata, i suoi diritti violati. Voi sapete bene a quali brutalità può condurre la privazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa, e come da tale ferita si generi una umanità radicalmente impoverita, perché priva di speranza e di riferimenti ideali. I cambiamenti avvenuti a partire dagli anni ’90 del secolo scorso hanno avuto come positivo effetto anche quello di creare le condizioni per una effettiva libertà di religione. Ciò ha reso possibile ad ogni comunità di ravvivare tradizioni che non si erano mai spente, nonostante le feroci persecuzioni, ed ha permesso a tutti di offrire, anche a partire dalla propria convinzione religiosa, un positivo contributo alla ricostruzione morale, prima che economica, del Paese. In realtà, come affermò san Giovanni Paolo II nella sua storica visita in Albania del 1993, «la libertà religiosa […] non è solo un prezioso dono del Signore per quanti hanno la grazia della fede: è un dono per tutti, perché è garanzia basilare di ogni altra espressione di libertà […] Niente come la fede ci ricorda che, se abbiamo un unico creatore, siamo anche tutti fratelli! La libertà religiosa è un baluardo contro tutti i totalitarismi e un contributo decisivo all’umana fraternità» (Messaggio alla nazione albanese, 25 aprile 1993).  Ma subito bisogna aggiungere: «La vera libertà religiosa rifugge dalle tentazioni dell’intolleranza e del settarismo, e promuove atteggiamenti di rispettoso e costruttivo dialogo» (ibid.). Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano. Da questo punto di vista, la libertà religiosa non è un diritto che possa essere garantito unicamente dal sistema legislativo vigente, che pure è necessario: essa è uno spazio comune – come questo –, un ambiente di rispetto e collaborazione che va costruito con la partecipazione di tutti, anche di coloro che non hanno alcuna convinzione religiosa. Mi permetto di indicare due atteggiamenti che possono essere di particolare utilità nella promozione di questa libertà fondamentale. Il primo è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle. Chi è sicuro delle proprie convinzioni non ha bisogno di imporsi, di esercitare pressioni sull’altro: sa che la verità ha una propria forza di irradiazione. Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio, mentre aneliamo alla verità e all’eternità, non viviamo come entità autonome ed autosufficienti, né come singoli né come gruppi nazionali, culturali o religiosi, ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri. Ogni tradizione religiosa, dal proprio interno, deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro. Un secondo atteggiamento è l’impegno in favore del bene comune. Ogni volta che l’adesione alla propria tradizione religiosa fa germogliare un servizio più convinto, più generoso, più disinteressato all’intera società, vi è autentico esercizio e sviluppo della libertà religiosa. Questa appare allora non solo come uno spazio di autonomia legittimamente rivendicato, ma come una potenzialità che arricchisce la famiglia umana con il suo progressivo esercizio. Più si è a servizio degli altri e più si è liberi! Guardiamoci attorno: quanti sono i bisogni dei poveri, quanto le nostre società devono ancora trovare cammini verso una giustizia sociale più diffusa, verso uno sviluppo economico inclusivo! Quanto l’animo umano ha bisogno di non perdere di vista il senso profondo delle esperienze della vita e di recuperare speranza! In questi campi di azione, uomini e donne ispirati dai valori delle proprie tradizioni religiose possono offrire un contributo importante, anzi insostituibile. È questo un terreno particolarmente fecondo anche per il dialogo interreligioso. E poi, vorrei accennare ad una cosa che è sempre un fantasma: il relativismo, “tutto è relativo”. Al riguardo, dobbiamo tenere presente un principio chiaro: non si può dialogare se non si parte dalla propria identità. Senza identità non può esistere dialogo. Sarebbe un dialogo fantasma, un dialogo sull’aria: non serve. Ognuno di noi ha la propria identità religiosa, è fedele a quella. Ma il Signore sa come portare avanti la storia. Partiamo ciascuno dalla propria identità, non facendo finta di averne un’altra, perché non serve e non aiuta ed è relativismo. Quello che ci accomuna è la strada della vita, è la buona volontà di partire dalla propria identità per fare il bene ai fratelli e alle sorelle. Fare del bene! E così, come fratelli camminiamo insieme. Ognuno di noi offre la testimonianza della propria identità all’altro e dialoga con l’altro. Poi il dialogo può andare più avanti su questioni teologiche, ma quello che è più importante e bello è camminare insieme senza tradire la propria identità, senza mascherarla, senza ipocrisia. A me fa bene pensare questo. Cari amici, vi esorto a mantenere e sviluppare la tradizione di buoni rapporti tra le comunità religiose esistenti in Albania, e a sentirvi uniti nel servizio alla vostra cara patria. Con un po’ di senso dell’umorismo si può dire che questa sembra una squadra di calcio: i cattolici contro tutti gli altri, ma tutti insieme, per il bene della Patria e dell’umanità! Continuate ad essere segno, per il vostro Paese e non solo, della possibilità di relazioni cordiali e di feconda collaborazione tra uomini di religioni diverse. E vi chiedo un favore: di pregare per me. Anche io ne ho bisogno, tanto bisogno. Grazie.

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martedì 16 settembre 2014

In memoria di Mons. Eleuterio Fortino




Nella ricorrenza del IV anniversario della scomparsa di Mons. Eleuterio Fortino 
Domenica 21 settembre alle ore 10:30
nella Chiesa di S. Atanasio  dei Greci in Via del Babuino 149- Roma ,
sarà celebrata la Divina Liturgia in suo suffragio. 


Eterna sia la sua memoria. - I përjetëshëm kloft kujtimi i tij