venerdì 27 marzo 2015

Domenica delle Palme




Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l’entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l’Evangelo dice: “Tutta la città era commossa” (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell’amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. “Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza”(Matteo 21, 5). L’Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l’ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l’umiltà e la regalità, il potere e l’amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama “Entrata del Signore a Gerusalemme”. Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l’onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull’altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. “I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi...” (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l’abbassamento dell’uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell’asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l’uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell’uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo “oppio” che contribuirebbe a mortificare l’uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell’aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento... Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell’aspetto di un uomo povero e umile? Quest’uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero. Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull’amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l’asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l’asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: “Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”. In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: “Imparate la verità e la verità vi renderà liberi”. Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: “Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali”. Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli “apparati”, di tutti i “poteri”... È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l’essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l’aldilà... ma il Regno della libertà dell’amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l’amore, che l’uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell’ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l’acclamazione “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”, in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano... No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all’unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all’amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell’uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà... E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell’amore, della verità. La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l’Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all’ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest’appello alla libertà, all’amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è “anticipazione della Croce“ come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: “Padre, l’ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi” (Giovanni 17, 1-2)

da Alexander Schmemann, in “Le Messager Orthodoxe”, III-IV 1984; trad. J. K.


APOLITIKION

Τν κοινν νστασιν, πρ το σο Πθους πιστομενος, κ νεκρν γειρας τν Λζαρον Χριστ Θες· θεν κα μες ς ο Παδες, τ τς νκης σμβολα φροντες, σο τ Νικητ το θαντου βομεν· σανν ν τος ψστοις, ελογημνος ρχμενος, ν νματι Κυρου.

Per confermare la comune risurrezione, prima della tua passione, hai risuscitato Lazzaro, o Cristo Dio, onde anche noi, come i fanciulli, portando i simboli della vittoria, a Te, vincitore della morte, gridiamo: Osanna nel più alto dei cieli, benedetto Colui che viene nel nome del Signore.




Sulla via verso Betania e Gerusalemme




Il Sabato di Lazzaro

La sesta e ultima settimana di Quaresima si chiama “Settimana delle Palme”. Nei sei giorni che precedono il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme, la liturgia della Chiesa ci fa seguire il Cristo a cominciare dal suo primo annuncio della morte del suo amico e dall’inizio del suo viaggio a Betania ed a Gerusalemme. Il tema ed il tono di questa settimana sono annunciati al vespro della domenica precedente: “Cominciando con zelo la sesta settimana di Quaresima, offriremo al Signore inni, annunciando la festa delle palme, a lui che viene con gloria e potenza divina a Gerusalemme per mettere a morte la morte...”. Il centro dell’attenzione è Lazzaro, la sua malattia, la sua morte ed il dolore dei suoi congiunti e la reazione del Cristo a tutto ciò. Così al lunedì leggiamo: “Oggi la malattia di Lazzaro appare al Cristo mentre egli cammina sull’altra riva del Giordano...”. Al martedì udiamo le parole: “Ieri ed oggi Lazzaro è malato...”. Al mercoledì si legge: “Oggi Lazzaro morto è portato alla sepoltura ed i suoi congiunti piangono...”. Al giovedì: “Due giorni or sono Lazzaro è morto...”. Infine al venerdì: “Domani il Cristo viene a sollevare il fratello morto (di Marta e Maria)...”. Tutta la settimana passa così nella contemplazione spirituale del prossimo incontro tra Cristo e la morte, dapprima nella persona del suo amico Lazzaro, poi nella morte del Cristo stesso. È l’avvicinarsi di quell’ora del Cristo di cui egli stesso ha parlato e verso la quale era rivolto tutto il suo ministero terreno. Dobbiamo dunque chiederci: Qual è il posto ed il significato di questa contemplazione nella liturgia quaresimale? In che rapporto sta con il nostro sforzo quaresimale? Queste domande ne presuppongono un’altra nella quale dobbiamo brevemente trattenerci. Nella commemorazione degli avvenimenti della vita del Cristo, la Chiesa molto spesso, se non sempre, trasferisce il passato nel presente. Così nel giorno del Natale cantiamo: “Oggi la Vergine dà alla luce...”; il Venerdì Santo: “Oggi sta davanti a Pilato...”; nella Domenica delle Palme: “Oggi egli viene a Gerusalemme...”. Da qui la domanda: qual è il significato di tale trasposizione, il senso di questo “oggi” liturgico? La stragrande maggioranza di coloro che frequentano la chiesa probabilmente l’interpreta come una metafora retorica, come una “figura poetica”. Il nostro moderno accostamento al culto è o razionale osentimentale. L’accostamento razionale consiste nel ridurre la celebrazione liturgica a “idee”. Esso ha le radici nella teologia “occidentalizzante” che s’è sviluppata nell’Oriente ortodosso dopo il tramonto dell’età patristica, per la quale la liturgia è, nel migliore dei casi, materiale rozzo per ordinate definizioni e proposizioni intellettuali. Quello che nel culto non può essere ridotto ad una verità intellettuale è etichettato come “poesia”, cioè come qualcosa da non prendersi troppo seriamente. E poiché è ovvio che gli avvenimenti commemorati dalla Chiesa appartengono al passato, all’oggiliturgico non viene attribuito alcun significato serio. Per quanto concerne l’accostamento sentimentale, esso è il risultato di una pietà individualistica e concentrata nell’io, che è in molti casi la sostituzione della teologia intellettuale. Per questo genere di pietà il culto è soprattutto un’utile cornice per la preghiera personale, uno sfondo ispiratore il cui fine consiste nel “riscaldare” il nostro cuore e dirigerlo verso Dio. Il contenuto ed il significato degli uffici liturgici, dei testi sacri, dei riti e delle azioni sono in questo caso di secondaria importanza, essi sono utili ed adeguati finché mi fanno pregare! Ed in tal modo l’oggiliturgico si dissolve come se fossero tutti gli altri testi liturgici una specie di “preghiera” indifferentemente devozionale ed ispirata. A causa della lunga consuetudine della nostra mentalità ecclesiastica con questi due modi di accostarsi all’ufficio liturgico oggi è molto difficile dimostrare che la reale liturgia della Chiesa non puòessere ridotta né a “idee” né ad una “preghiera”; non si possono celebrare idee! Per quanto riguarda la preghiera personale, non è detto nell’Evangelo che quando desideriamo pregare dobbiamo chiuderci nella nostra camera ed entrare lì in comunione personale con Dio? (cfr. Matteo 6, 6). Il concetto di celebrazione implica un avvenimento e la reazione sociale o di ciascun membro ad esso. Una celebrazione è possibile solo quando la gente si raduna insieme e, trascendendo la separazione naturale e l’isolamento reciproco, reagisce insieme come un corpo, come fa una persona di fronte ad un avvenimento (per esempio l’arrivo della primavera, un matrimonio, un funerale, una vittoria, ecc...). Ed il miracolo naturale di ogni celebrazione consiste precisamente nel fatto che essa trascende, sia pur per un tempo determinato, il livello delle idee e quello dell’individualismo. Nella celebrazione si perde davvero se stessi e si trovano gli altri, in un’unica via. Ma qual è il significato dell’Oggi liturgico con cui la Chiesa inaugura tutte le sue celebrazioni? In che senso sono passati gli eventi celebrati Oggi? Si può dire, senza paura di esagerazione, che tutta la vita della Chiesa è una continua commemorazione e memoria. Alla fine di ogni ufficio divino ci ricordiamo i nomi dei santi “di cui celebriamo la memoria”; ma, dietro a tutte queste memorie, è la Chiesa ad essere il memoriale di Cristo. Da un punto di vista puramente naturale, la memoria è una facoltà ambigua. Così, il ricordare qualcuno che amiamo e che abbiamo perduto significa due cose. Da un lato la memoria è molto più che una semplice conoscenza del passato. Quando io ricordo mio defunto padre, io lo vedo: egli è presente nella mia memoria, non come una somma totale di tutto ciò che conosco di lui, bensì in tutta la sua realtà vivente. Tuttavia, d’altra parte, è proprio questa presenza che mi fa sentire acutamente che egli non è più qui, che mai più su questa terra toccherò quella mano che vedo così vividamente nella mia memoria. La memoria è così la più meravigliosa e nello stesso tempo la più tragica di tutte le facoltà umane, poiché nulla rivela meglio la natura spezzata della nostra vita, l’impossibilità per l’uomo di conservare realmente e di possedere davvero qualcosa in questo mondo. La memoria ci rivela che il “tempo e la morte regnano sulla terra”. Ma è appunto a causa di questa funzione unicamente umana della memoria, che i Cristiani si concentrano su di essa, poiché essa consiste in primo luogo nel far memoria di un Uomo, di un Evento, di una Notte, nella cui profondità e oscurità ci venne detto: “...fate questo in memoria di me”. Ed ecco, il miracolo si realizza! Noi facciamo memoria di Lui ed Egli è qui: non come un’immagine nostalgica del passato, non come un triste “non più”, ma con tale intensità di presenza, che la Chiesa può eternamente ripetere le parole dei discepoli di Emmaus: “Non bruciavano i nostri cuori nel petto...?” (Luca 24, 32). La memoria naturale è in primo luogo la “presenza di un assente”, cosi che quanto più colui che ricordiamo è presente, tanto più acuta è la sofferenza per la sua assenza. Ma, nel Cristo, la memoria è diventata di nuovo la facoltà di ricomporre il tempo spezzato dal peccato e dalla morte, dall’odio e dall’oblio. Ed è questa memoria nuova in quanto potere superiore sul tempo e sulla sua frantumazione, che si trova al centro della celebrazione liturgica, dell’oggi liturgico. Certo, non c’è dubbio, la Vergine non dà alla luce oggi; nessuno, attualmente, sta di fronte a Pilato; ed in quanto fatti, questi eventi appartengono al passato. Ma oggi noi possiamo far memoria di questi fatti e la Chiesa è in primo luogo il dono e il potere di questa memoria che trasforma i fatti del passato in eventi di una portata eterna. La celebrazione liturgica è così un ri-entrare della Chiesa nell’evento e ciò non significa soltanto la sua “idea”, ma la sua gioia o la sua tristezza, la sua vita e la sua concreta realtà. Una cosa è il sapere che con il grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” il Cristo crocifisso manifestò la sua “kenosis” e la sua umiltà. Ma è una cosa del tutto diversa celebrarlo ogni anno in quel Venerdì unico in cui, nel quale senza cercar di razionalizzare, sappiamo con assoluta certezza che queste parole, proferite una volta per tutte, rimangono eternamente reali così che nessuna vittoria, nessuna gloria, nessuna “sintesi” potranno mai cancellarle. Una cosa è spiegare che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale” (cfr. il Tropario del giorno): una cosa ben diversa è celebrare giorno dopo giorno, per un’intera settimana, questo lento approssimarsi dell’incontro tra la vita e la morte, il divenire parte di esso, il vedere con i nostri stessi occhi e il sentire con tutto il nostro essere ciò che comportano le parole di Giovanni: “Egli gemeva nel suo spirito, era turbato e... piangeva” (Giovanni 11, 33-35). Per noi e a noi tutto ciò accade oggi. Noi non eravamo lì a Betania, presso la tomba, con le sorelle di Lazzaro che gridavano in pianto. L’Evangelo ce ne dà solamente conoscenza. Ma nella celebrazione della Chiesa, oggi, accade che un fatto storico divenga un evento per noi, per me, un effetto nella mia vita, una memoria, una gioia. La teologia non può spingersi oltre l’-idea-. E dal punto di vista dell’idea, abbiamo forse bisogno di questi cinque lunghi giorni, quando è sufficiente dire che la risurrezione di Lazzaro aveva lo scopo di “confermare la risurrezione universale”? Ma il punto sta proprio qui: che in sé e per sé questa affermazione non conferma niente. La vera “conferma” viene dalla celebrazione, e precisamente da quei cinque giorni durante i quali noi siamo testimoni dell’inizio di questa lotta mortale fra la vita e la morte e cominciamo non solo a capire quanto a essere testimoni del Cristo che sta andando a mettere a morte la morte. La risurrezione di Lazzaro, la meravigliosa celebrazione di questo sabato unico, è al di là della Quaresima. Il venerdì che lo precede cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...” e, in termini liturgici, il sabato di Lazzaro e la Domenica delle Palme sono il preludio della croce. Ma l’ultima settimana di Quaresima, che è una continua pre-celebrazione di questi giorni, è la rivelazione definitiva del significato della Quaresima. Abbiamo più volte detto che la Quaresima è la preparazione alla Pasqua; in realtà, però, nella comune esperienza, che per noi ora è divenuta ormai tradizionale, questa preparazione rimane astratta ed è tale solo di nome. La Quaresima e la Pasqua sono poste l’una accanto all’altra, ma senza una reale comprensione del loro legame e della loro interdipendenza. Anche se la Quaresima non è intesa come il periodo dell’adempimento della Confessione e della Comunione annuale, è di solito pensata in termini di sforzo individuale, anche solo così essa resta incentrata su se stessa. In altre parole, ciò che sembra virtualmente assente dalla nostra esperienza quaresimale è quello sforzo fisico e spirituale finalizzato alla nostra partecipazione all’oggi della Risurrezione del Cristo; non una moralità astratta, né un progresso morale, non un maggior controllo delle passioni e neppure un perfezionamento personale, bensì la partecipazione all’oggi ultimo e totale del Cristo che tutto abbraccia. Una spiritualità cristiana che non mirasse a questo rischierebbe di diventare pseudo-cristiana, poiché, in ultima analisi, sarebbe motivata dall’“io” e non da Cristo. Vi è il pericolo che, una volta purificata la dimora del cuore, fatta pulita e liberata dal demonio che l’abitava, essa resti vuota e il demonio vi ritorni “prendendo con sé altri sette spiriti peggiori di lui, ed essi entrino e vi alloggino e la condizione finale di quell’uomo diventi peggiore della prima” (Luca 11, 26). In questo mondo ogni cosa, ed anche la “spiritualità” può essere demoniaca. Pertanto è molto importante recuperare il significato ed il ritorno della Quaresima quale autentica preparazione al grande oggi di Pasqua. Abbiamo visto ora che la Quaresima è divisa in due parti. Prima della Domenica della Croce la Chiesa ci invita a concentrare la nostra attenzione su noi stessi, a lottare contro la carne e le passioni, contro il male e tutti gli altri peccati. Ma, pur facendo questo, siamo costantemente esortati a guardare avanti, a misurare e a motivare il nostro sforzo con “qualcosa di meglio”, preparato per noi. Poi, a partire dalla Domenica della Croce, subentra il mistero della sofferenza di Cristo, della sua croce e della sua morte, che diventa il centro della celebrazione quaresimale. Essa diventa la “salita a Gerusalemme”. Infine, durante quest’ultima settimana di preparazione, la celebrazione del mistero ha inizio. Lo sforzo quaresimale ci ha resi capaci di allontanare tutto ciò che abitualmente e continuamente oscura in maniera consistente l’oggetto centrale della nostra fede, della nostra speranza e della nostra gioia. Il tempo stesso, per così dire, arriva ad un termine. Esso è ora misurato non in base alle nostre solite preoccupazioni ed affanni, ma da ciò che avviene sulla via che porta a Betania e poi a Gerusalemme. E, una volta di più, tutto questo non è retorica. Per colui che ha gustato la vera vita liturgica, fosse pure una sola volta e anche in modo imperfetto, vien quasi da sé che, a partire dal momento in cui udiamo: “Gioisci, o Betania, dimora di Lazzaro...” e poi: “Domani il Cristo viene...”, il mondo esterno diventi un po’ irreale e si provi quasi fatica a piegarsi alla necessità del contatto quotidiano con esso. La “realtà” è ciò che avviene nella Chiesa, in quella celebrazione che giorno dopo giorno ci fa capire che cosa significhi attendere e perché il Cristianesimo sia, prima di tutto, attesa e preparazione. Così, quando arriva quel venerdì sera e noi cantiamo: “Avendo portato a termine gli edificanti quaranta giorni...”, non abbiamo semplicemente adempiuto a un “obbligo” cristiano annuale; siamo pronti a far nostre le parole che canteremo il giorno seguente:


“In Lazzaro, il Cristo già ti distrugge, o Morte! E dov’è, o Inferno, la tua vittoria...?”.

da A. Schmemann, “The great Lent”, St. Vladimir’s Seminary Press 1974, 79-85





giovedì 26 marzo 2015

.....


Chiesa di Sant'Atanasio dei Greci
Via del Babuino 149



Orario delle celebrazioni 
della Grande e Santa Settimana


29 Marzo - Domenica delle Palme
10:30  Benedizione delle Palme e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.


18:30 Orthros del Nymphios.

30 Marzo - Lunedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

31 Martedì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

1 Aprile - Mercoledì Santo
18:45 Liturgia dei Presantificati

2 Aprile -  Giovedì Santo
10:00 Esperinòs e Liturgia di San Basilio
.
18:00 Ufficio della Passione (Lettura dei 12 Vangeli)

3 Aprile -  Venerdì Santo
10:00 Ora Nona, Esperinòs e Deposizione dalla Croce.

18:00 Epitaphios thrinos, Enkomia e Processione.

4 Aprile -  Sabato Santo
10:00 Esperinòs e Liturgia di San Basilio.

23:00 Mesonyktikòn, Anastasis, Orthros e Liturgia di San Giovanni Crisostomo.

5 Aprile - Domenica di Pasqua
10:30 Liturgia di San Giovanni Crisostomo.

19:00 Esperinòs. Proclamazione del Vangelo in diverse lingue.


Inno pasquale
Χριστς νστη κ νεκρν, θαντω θνατον πατσας, κα τος ν τος μνμασι, ζων χαρισμενος.

Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte, a coloro che giacevano nei sepolcri ha ridato la vita.




mercoledì 25 marzo 2015

25 Marzo - Annunciazione della Santissima Madre di Dio e sempre Vergine Maria.





L’Annunciazione! Un tempo, questo era uno dei giorni più luminosi e gioiosi dell’anno, la festa che consapevolmente, e anche inconsapevolmente, era collegata con una intuizione giubilante, raggiante di una visione del mondo e della vita. L’Evangelo di Luca ricorda il racconto dell’Annunciazione.
L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo il cui nome era Giuseppe, della casa di Davide, e la vergine si chiamava Maria. E lui le si avvicinò e disse: 

“Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te! Benedetta tu fra le donne!”. Ma ella fu turbata a questo dire e considerava nella sua mente che cosa significasse un tale saluto. E l’angelo disse: “Non temere, Maria, perché concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e lo chiamerai Gesù...”. E Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, dal momento che non ho marito?”. E l’angelo disse: “Lo Spirito Santo scenderà su di Te, e la potenza dell’Altissimo stenderà su te la sua ombra perciò, anche colui che nascerà sarà chiamato Santo, Figlio di Dio. Ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia; e questo è il sesto mese, per lei, che era chiamata sterile; poiché nessuna parola di Dio rimarrà impossibile». E Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. E l’angelo partì da lei. (Luca 1, 26-38)

Naturalmente, visto dalla prospettiva del cosiddetto ateismo “scientifico” questo racconto evangelico fornisce abbondanti motivi per parlare di “miti e leggende”. Il razionalista dirà: “Quando mai gli angeli appaiono alle giovani donne e tengono conversazioni con loro? I credenti davvero pensano che la gente del ventesimo secolo, che vive in una civiltà tecnologica, possa credere questo? I credenti non riescono a vedere come questo è sciocco, non scientifico e impossibile?”. Il credente ha sempre una sola risposta a questo tipo di contraddittorio, di disprezzo e di messa in ridicolo: sì, purtroppo, è impossibile provare questo nella vostra superficiale visione del mondo. Finché le vostre argomentazioni su Dio e la religione rimangono a livello superficiale di esperimenti chimici e formule matematiche vincerete sempre facilmente. Ma la chimica e la matematica non sono di nessun aiuto a provare o smentire alcunché nel regno di Dio e della religione. Nella lingua della vostra scienza, le parole angelo, buona novella, gioia e umiltà sono ovviamente completamente prive di senso. Ma perché limitare la discussione alla religione? Più della metà di tutte le parole sono incomprensibili per la vostra lingua razionalista, e quindi in aggiunta alla religione dovrete eliminare tutta la poesia, la letteratura, la filosofia e la quasi totalità della fantasia umana. Bramate il mondo intero per pensare come si fa, in termini di produzione e di forze economiche, di collettivi e di programmi. Eppure il mondo non pensa naturalmente in questo modo e deve essere ammanettato e costretto a farlo, o meglio, sembra farlo. Dite che ogni immaginazione è falsa, perché “l’immaginario” non esiste, eppure la fantasia è ciò che le persone hanno sempre vissuto, vivono, e vivranno pure in futuro. Perché tutto quanto vi è di più profondo e più essenziale nella vita è sempre stato espresso nel linguaggio della fantasia. Io non pretendo di capire che cosa è un angelo, né, usando il linguaggio limitato del razionalismo, posso spiegare ciò che è accaduto quasi duemila anni fa in una piccola città della Galilea. Ma mi sembra che l’umanità non ha mai dimenticato questa storia, che questi pochi versi sono stati ripetutamente inseriti in innumerevoli dipinti, poesie e preghiere, e che hanno ispirato e continuano ad ispirare. Questo significa, naturalmente, che la gente ha sentito qualcosa di infinitamente importante per loro in queste parole, una certa verità, che a quanto pare non potrebbe essere espressa in nessun’altro modo che nel linguaggio infantile e gioioso dell’Evangelo di Luca. Qual è questa verità? Che cosa è successo quando la giovane donna, che ha appena passato l’infanzia, improvvisamente ha sentito – da quanto grande profondità, da quale altezza trascendente! – quel saluto meraviglioso: “Rallegrati!”. Perché questo è in verità il messaggio dell’angelo a Maria: Rallegrati! Il mondo è pieno di numerosi libri sulla lotta e la concorrenza, ognuno che cerca di dimostrare che la strada per la felicità è l’odio, e in nessuno di loro potrete trovare la parola “gioia”. La gente non conosce nemmeno il significato della parola. Ma la gioia stessa annunciata dall’angelo, rimane una forza pulsante, che ha ancora il potere di stupire e scuotere i cuori umani. Entrate in una chiesa alla vigilia dell’Annunciazione. State, attendete durante la lunga ufficiatura come si sviluppa lentamente. Allora viene il momento in cui, dopo la lunga attesa, dolcemente, con tale divina squisita bellezza il coro inizia a cantare il consueto inno della festa, “Con la voce dell’Arcangelo Ti gridiamo, o Sola pura: Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con Te!”. Centinaia e centinaia di anni sono passati, e ancora, quando abbiamo sentito questo invito a rallegrarci, la gioia ci riempie il cuore in una ondata di calore. Ma che cosa è pressappoco questa gioia? Soprattutto ci rallegriamo per la presenza stessa di questa stessa donna, il cui volto, la cui immagine, è conosciuta in tutto il mondo, che guarda fisso su di noi dalle icone, e che è diventata una delle figure più sublimi e più pure dell’arte e dell’immaginazione umana. Ci rallegriamo nella sua risposta all’Angelo, per la sua fedeltà, la purezza, l’integrità, per la sua oblazione totale e umiltà sconfinata, che per sempre risuonano nelle sue parole: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga a me secondo la tua parola”. Ditemi, c’è qualche cosa in questo mondo, in qualcosa della sua ricca e complessa storia, di più sublime e più bello di questo essere umano? Maria, la Tuttapura, La piena di grazia, è veramente Colei in cui, come canta la Chiesa, “gioisce tutta la Creazione”. La Chiesa risponde alla menzogna sull’uomo, alla menzogna che lo riduce a terra e ad appetito, a bassezza e brutalità, la menzogna che lo dice essere definitivamente asservito alle leggi immutabili e impersonali della natura, indicando l’immagine di Maria, la Tuttapura Madre di Dio, Colei a cui, secondo le parole di un poeta russo, “l’effusione di dolci lacrime umane da traboccanti cuori” è offerta in un flusso senza sosta. La menzogna continua a pervadere il mondo, ma ci rallegriamo perché qui, nell’immagine di Maria, la menzogna è mostrata per quello che è. Ci rallegriamo con gioia e meraviglia, perché questa immagine è sempre con noi, come conforto ed incoraggiamento, ispirazione ed aiuto. Ci rallegriamo perché guardando questa immagine, è così facile credere nella celestiale bellezza del mondo e nella celestiale bellezza dell’uomo, vocazione trascendente. La gioia della Annunciazione è sulla Buona Notizia dell’angelo, che il popolo aveva trovato grazia presso Dio, e che presto, molto presto, attraverso di lei, attraverso questa donna Galilea totalmente sconosciuta, Dio avrebbe cominciato a compiere il mistero della redenzione del mondo. Non ci sarebbero stati fragori o paura in sua presenza, ma sarebbe venuto a lei nella gioia e nella pienezza dell’infanzia. Attraverso di lei un bambino ora sarà Re: un bambino, debole indifeso, ma per mezzo di lui tutte le potenze del male sono state per sempre spogliate del potere. Questo è ciò che noi celebriamo nell’Annunciazione e perché la festa è sempre stata, e rimane, così gioiosa e raggiante. Ma, ripeto, nulla di tutto ciò può essere compreso o espresso nelle categorie limitate e nel linguaggio consueto dell’ateismo “scientifico”, che ci porta a concludere che questo approccio volutamente e arbitrariamente ha dichiarato un’intera dimensione dell’esperienza umana essere inesistente, inutile e pericolosa, insieme con tutte le parole ed i concetti utilizzati per esprimere tale esperienza. Per discutere questo metodo alle sue proprie condizioni si dovrebbe come prima cosa scendere in un pozzo nero della metropolitana, dove, poiché il cielo non può essere visto, la sua esistenza è negata. Il sole non può essere visto, e così non c’è il sole. Tutto è sporco, ripugnante, e scuro, e così la bellezza è sconosciuta e la sua esistenza negata. È un luogo dove la gioia è impossibile, e così tutti sono ostili e tristi. Ma se lasciate il pozzo e vi arrampicate fuori, improvvisamente vi ritroverete nel bel mezzo di una chiesa clamorosamente gioiosa dove ancora una volta si sente: “Con la voce dell’Arcangelo Ti gridiamo, o Sola Pura, Rallegrati!”.

da: Alexander Schmemann, The Celebration of Faith: The Virgin Mary, 28-32.


Απολυτίκιον Ευαγγελισμού:

Σήμερον της σωτηρίας ημών το κεφάλαιον, και του απ αιώνος Μυστηρίου η φανέρωσις. Ο υιός του Θεού, Υιός της παρθένου γίνεται, και Γαβριήλ την χάριν ευαγγελίζεται. Διο και ημείς συν αυτώ τη Θεοτόκω βοήσωμεν . Χαίρε κεχαριτωμένη, ο Κύριος μετά σου

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Oggi inizia la nostra salvezza e la manifestazione dell’eterno mistero: il Figlio di Dio
diviene figlio della Vergine e Gabriele annunzia la grazia.

Con lui gridiamo alla Madre di Dio: Salve, o piena di grazia, il Signore è con te.








domenica 22 marzo 2015

Quinta Domenica di Quaresima: di Santa Maria Egiziaca





Domenica di Santa Maria Egiziaca

Quanto del cammino fin qui percorso abbiamo fatto nostro? Quanta strada abbiamo fatto sulla via della conversione? Tutto ciò che ci riguarda infatti sta per giungere alla fine. D’ora in poi noi seguiamo i discepoli:“Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro... (e disse loro:) ‘Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà’” (Marco 10, 32-45). È l’evangelo della quinta domenica. Abbiamo visto come già dalla terza domenica il tono delle liturgie quaresimali sia cambiato. Se durante la prima parte della Quaresima lo sforzo aveva di mira la nostra personale purificazione, ci è dato di capire ora che questa purificazione non è fine a sé stessa, ma ci deve portare alla contemplazione, alla comprensione e all’appropriazione del mistero della croce e della risurrezione. Il significato del nostro sforzo ci è ora rivelato: si tratta di partecipare a quel mistero a cui ci eravamo così assuefatti da darlo per scontato, al punto da dimenticarlo. E mentre siamo alla sequela di Gesù che sale a Gerusalemme insieme con i suoi discepoli, siamo “stupiti e pieni di timore”.

da A. Schmemann, Great Lent, St. Vladimir’s Seminary Press 1974





Sappiamo che a 12 anni, Santa Maria Egiziaca abbandonò i genitori per andare ad Alessandria. Qui condusse una vita molto dissoluta per diciassette anni finché un giorno vide una nave prossima a far rotta, con a bordo un inconsueto equipaggio. Chiese chi fossero e dove andassero. Le fu risposto che erano pellegrini diretti a Gerusalemme per la festa dell’Esaltazione della S. Croce. Salì anch’ella a bordo, e arrivati a destinazione, il giorno della cerimonia, giunta sulla soglia del tempio, venne trattenuta da una forza misteriosa. Impaurita, alzò gli occhi ad un’immagine della Santa Vergine, e fu colta da un grande pentimento per la vita peccaminosa che aveva condotto fino ad allora. Poté allora entrare in chiesa e adorare il sacro legno della Croce. Ma non vi restò a lungo. «Se tu passi il Giordano troverai la pace», le aveva detto la Madonna. E il giorno dopo, confessata e comunicata, Maria Egiziaca passò il fiume, oltre il quale si stendeva il deserto dell’Arabia. Da allora visse per 47 anni nel deserto, sempre sola, senza incontrare né uomini né animali. La carne s’era disseccata; i capelli erano diventati bianchissimi e lunghi, ma, secondo la promessa della Vergine, aveva trovato in quel deserto inospitale la pace della sua anima. Un giorno incontrò il monaco Zosimo a cui chiese di tornare un anno dopo a portarle i Sacramenti. Un anno dopo Zosimo, come promesso, giunse con l’Eucaristia sulla riva del Giordano. Poiché la donna ritardava a comparire, con gran dolore Zosimo levò gli occhi al cielo e pregò: «Signore mio Dio, re e creatore d’ogni cosa, non defraudarmi del mio desiderio, ma concedimi ch’io veda ancora questa tua santissima ancella». Poi disse tra sé: «Ora cosa farò io s’ella viene, che non c’è un’imbarcazione per poter attraversare? Ahimé, sarò frustrato nel mio desiderio». Mentre così pensava, apparve Maria sull’altro lato del fiume e Zosima vedendola si rallegrò molto e lodò Dio. Subito vide la donna fare il segno della croce sull’acqua del fiume e camminare su di essa come sulla terra. Trascorsero altri dodici mesi, e Zosimo si recò di nuovo nel deserto, ma stavolta non trovò che il cadavere rinsecchito della Santa penitente. Un leone lo aiutò con le sue zampe a scavare la fossa per seppellire la salma. Santa Maria egiziaca prega per noi peccatori!




venerdì 20 marzo 2015

Dalla Chiesa Greco-Cattolica Ungherese



S. E. Mons. Fülöp Kocsis  -Vescovo di Hajdúdorog

Primo Metropolita della Chiesa Greco-Cattolica Ungherese

 Il Santo Padre Francesco ha riorganizzato la Chiesa Greco-Cattolica Ungherese e l’ha elevata a Chiesa Metropolitana sui iuris, adottando i seguenti provvedimenti: - ha elevato l’Eparchia di Hajdúdorog per i cattolici di rito bizantino a Metropolia , con sede a Debrecen, ed ha nominato S.E. Mons. Fülöp Kocsis , finora Vescovo Eparchiale di Hajdúdorog, primo Metropolita; - ha elevato l’Esarcato Apostolico di Miskolc per i cattolici di rito bizantino ad Eparchia , rendendola suffraganea della Sede Metropolitana di Hajdúdorog e ha nominato primo Vescovo Eparchiale S.E. Mons. Atanáz Orosz , finora Esarca Apostolico di Miskolc, trasferendolo dalla sede titolare di Panio; - ha eretto l’Eparchia di Nyíregyháza per i cattolici di rito bizantino , con territorio dismembrato dall’Eparchia di Hajdúdorog, rendendola suffraganea della Sede Metropolitana di Hajdúorog ed ha nominato Amministaratore Apostolico sede vacante della medesima Eparchia S.E. Mons. Atanáz Orosz .  

S.E. Mons. Fülöp Kocsis  è nato il 13 gennaio 1963 a Szeged nell’Eparchia di Hajdúdorog.

Dopo aver compiuto gli studi nel Seminario di Nyíregyháza, è stato ordinato sacerdote il 2 agosto 1989.Successivamente ha studiato alla Facoltà di Pedagogia della Pontificia Università Salesiana. Dal 1992 al 1995 è stato parroco dell’Esarcato Apostolico di Miskolc. Dal 1995 al 1999 ha vissuto un’esperienza monastica nel Monastero Benedettino a Chevetogne (Belgio).Nel 1999 ha fondato con il confratello, Mons. Atanáz Orosz, sinora Esarca Apostolico di Miskolc, una Comunità monastica a Damóc, dipendente dal Vescovo di Hajdúdorog. Il 2 maggio 2008 il Santo Padre Benedetto XVI lo ha nominato Vescovo Eparchiale di Hajdúdorog e nello stesso tempo Amministratore Apostolico ad nutum Sanctae Sedis dell’Esarcato Apostolico di Miskolc.

S.E. Mons. Atanáz Orosz  è nato l’11 maggio 1960 a Nyíregyháza.

Ha compiuto i suoi studi filosofici e teologici presso l’Università Cattolica di Péter Pazmany a Budapest, con il dottorato in teologia nel 1984. Il 4 agosto 1985 è stato ordinato sacerdote a Budapest nell’Eparchia di Hajdúdorog. Dal 1985 al 1987 ha studiato teologia morale a Roma presso l ’Alfonsianum e nello stesso tempo ha frequentato i corsi patristici all’ Augustinianum, e quelli liturgici ed ecumenici presso il Pontificio Istituto Orientale. Dal 1991 al 1993 ha compiuto il noviziato nel Monastero Benedettino di Chevetogne (Belgio) e fino al 1999 lì è rimasto come monaco. Nel 1999 ha fondato insieme con l’attuale Vescovo di Hajdúdorog, Mons. Kocsis, un Monastero di diritto eparchiale a Damóc. Il 5 marzo 2011, il Santo Padre Benedetto XVI lo ha nominato Esarca Apostolico di Miskolc per i cattolici di rito bizantino.

http://www.news.va/it/news/rinunce-e-nomine-1955


Venerdì di Quaresima: L'Inno Akathistos





È uno tra i più famosi inni che la Chiesa di Oriente dedica alla Theotokos(Genitrice di Dio). Akathistos si chiama per antonomasia quest'inno liturgico del secolo V, che fu e resta il modello di molte composizioni innografiche e litaniche, antiche e recenti."Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica:"a-kathistos" in greco significa "non-seduti", perché la Chiesa ingiunge di cantarlo o recitarlo "stando in piedi", come si ascolta il Vangelo, in segno di riverente ossequio alla Madre di Dio.
La struttura metrica e sillabica dell'Akathistos si ispira alla celeste Gerusalemme descritta dal cap. 21 dell'Apocalisse, da cui desume immagini e numeri: Maria è cantata come identificazione della Chiesa, quale "Sposa" senza sposo terreno, Sposa vergine dell'Agnello, in tutto il suo splendore e la sua perfezione.
L'inno consta di 24 stanze (in greco: oikoi), quante sono le lettere dell'alfabeto greco con le quali progressivamente ogni stanza comincia. Ma fu sapientemente progettato in due parti distinte, su due piani congiunti e sovrapposti - quello della storia e quello della fede -, e con due prospettive intrecciate e complementari - una cristologica, l'altra ecclesiale -, nelle quali è calato e s'illumina il mistero della Madre di Dio. Le due parti dell'inno a loro volta sono impercettibilmente suddivise ciascuna in due sezioni di 6 stanze: tale suddivisione è presente in modo manifesto nell'attuale celebrazione liturgica. L'inno tuttavia procede in maniera binaria, in modo che ogni stanza dispari trova il suo complemento - metrico e concettuale - in quella pari che segue. Le stanze dispari si ampliano con 12 salutazioni mariane, raccolte attorno a un loro fulcro narrativo o dommatico, e terminano con l'efimnio o ritornello di chiusa: "Gioisci, sposa senza nozze!". Le stanze pari invece, dopol'enunciazione del tema quasi sempre a sfondo cristologico, terminano con l'acclamazione a Cristo: "Alleluia!". Così l'inno si presenta cristologico insieme e mariano, subordinando la Madre al Figlio, la missione materna di Maria all'opera universale di salvezza dell'unico Salvatore.
La prima parte dell'Akathistos (stanze 1-12) segue il ciclo del Natale, ispirato ai Vangeli dell'Infanzia (Lc 1-2; Mt 1-2). Essa propone e canta il mistero dell'incarnazione (stanze 1-4), l'effusione della grazia su Elisabetta e Giovanni (stanza 5),la rivelazione a Giuseppe (stanza 6), l'adorazione dei pastori(stanza 7), l'arrivo e l'adorazione dei magi (stanze 8-10), la fuga in Egitto (stanza 11), l'incontro con Simeone (stanza 12): eventi che superano il dato storico e diventano lettura simbolica della grazia che si effonde, della creatura che l'accoglie, dei pastori che annunciano il Vangelo, dei lontani che giungono alla fede, del popolo di Dio che uscendo dal fonte battesimale percorre il suo luminoso cammino verso la Terra promessa e giunge alla conoscenza profonda del Cristo. La seconda parte (stanze 13-24) propone e canta ciò che la Chiesa al tempo di Efeso e di Calcedonia professava di Maria, nel mistero del Figlio Salvatore e della Chiesa dei salvati. Maria è la Nuova Eva, vergine di corpo e di spirito, che col Frutto del suo grembo riconduce i mortali al paradiso perduto (stanza 13); è la Madre di Dio, che diventando sede e trono dell'Infinito, apre le porte del cielo e vi introduce gli uomini (stanza 15); è la Vergine partoriente, che richiama la mente umana a chinarsi davanti al mistero di un parto divino e ad illuminarsi di fede (stanza 17); è la Sempre-vergine, inizio della verginità della Chiesa consacrata a Cristo, sua perenne custode e amorosa tutela (stanza 19); è la Madre dei Sacramenti pasquali, che purificano e divinizzano l'uomo e lo nutrono del Cibo celeste (stanza 21); è l'Arca Santa e il Tempio vivente di Dio, che precede e protegge il peregrinare della Chiesa e dei fedeli verso l'ultima Pasqua (stanza 23); è l'Avvocata di misericordia nell'ultimo giorno (stanza 24). 

L'Akathistos è una composizione davvero ispirata. Conserva un valore immenso:

a motivo del suo respiro storico-salvifico, che abbraccia tutto il progetto di Dio coinvolgendo la creazione e le creature, dalle origini all'ultimo termine, in vista della loro pienezza in Cristo;

— a motivo delle fonti, le più pure: la Parola di Dio dell'Antico e del Nuovo Testamento, sempre presente in modo esplicito o implicito; la dottrina definita dai Concili di Nicea (325), di Efeso (431) e di Calcedonia (451), dai quali direttamente dipende; le esposizioni dottrinali dei più grandi Padri orientali del IV e del V secolo, dai quali desume concetti e lapidarie asserzioni;

— a motivo di una sapiente metodologia mistagogica, con la quale —assumendo le immagini più eloquenti dalla creazione e dalle Scritture —eleva passo passo la mente e la porta alle soglie del mistero contemplato e celebrato: quel mistero del Verbo incarnato e salvatore che — come afferma il Vaticano II — fa di Maria il luogo d'incontro e di riverbero dei massimi dati della fede (cf Lumen Gentium 65).


Circa l'Autore, quasi tutta la tradizione manoscritta trasmette anonimo l'inno Akathistos. La versione latina redatta dal Vescovo Cristoforo di Venezia intorno all'anno 800, che tanto influsso esercitò sulla pietà del medioevo occidentale, porta il nome di Germano di Costantinopoli ( 733). Oggi però la critica scientifica propende ad attribuirne la composizione ad uno dei Padri di Calcedonia: in tal modo, questo testo venerando sarebbe il frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini, degno di essere assunto e cantato da tutte le Chiese e comunità ecclesiali.

dal sito: www.maranatha.it 



giovedì 19 marzo 2015

Il Grande Canone di sant'Andrea di Creta





È oggi molto importante tornare all’idea e all’esperienza della Quaresima in quanto viaggio spirituale, il cui scopo è di trasferirci da uno stato spirituale ad un altro. All’inizio della Quaresima, come inaugurazione, troviamo il “Canone di sant’Andrea di Creta”, il grande canone penitenziale che è come il diapason che dà il tono all’intera melodia. Diviso in quattro parti, viene letto al Grande Apodipnon (compieta), la sera dei primi quattro giorni di Quaresima. Lo si può adeguatamente descrivere come una lamentazione penitenziale, che ci rivela l’estensione e la profondità del peccato, che scuote l’anima con la disperazione, il pentimento e la speranza. Con un’arte straordinaria, sant’Andrea ha intrecciato i grandi temi biblici – Adamo ed Eva, il paradiso e la caduta, Noè e il diluvio, i patriarchi, Davide, la terra promessa, e infine Cristo e la Chiesa – con la confessione del peccato e il pentimento. Gli eventi della storia sacra sono presentati come eventi della mia vita, le azioni di Dio nel passato come azioni che concernono me e la mia salvezza, la tragedia del peccato e del tradimento come mia tragedia personale. La mia esistenza mi viene mostrata come parte della lotta gigantesca e universale fra Dio e le potenze delle tenebre che si rivoltano contro di lui.
         Il Canone inizia con questa nota profondamente personale: “Da dove comincerò a piangere sulle azioni abominevoli della mia vita? Quale fondamento porrò, o Cristo, per questa lamentazione?”.
         Uno dopo l’altro, i miei peccati vengono rivelati nel loro rapporto profondo con il dramma perenne della relazione dell’uomo con Dio; la storia della caduta dell’uomo è la mia storia: “Ho fatto mio il misfatto di Adamo; mi riconosco privato di Dio, del Regno eterno e della beatitudine, a motivo dei miei peccati...”.
         Ho perduto tutti i doni divini: “Ho macchiato la veste del mio corpo, ho oscurato l’immagine e la somiglianza di Dio... Ho ottenebrato la bellezza della mia anima; ho lacerato la mia prima veste intessuta per me da Creatore, ed eccomi nella nudità...”.
         Così, per quattro sere consecutive, le nove odi del Canone mi dicono e ridicono la storia spirituale del mondo che è anche la mia storia. Esse mi confrontano con gli eventi e le azioni decisive del passato, il cui significato e la cui portata, tuttavia, sono eterni, perché ogni anima umana – unica e insostituibile – passa attraverso lo stesso dramma, si trova ad affrontare le stesse scelte fondamentali, scopre la stessa realtà ultima. Gli esempi scritturistici sono ben più di semplici “allegorie”, come pensano tanti, i quali trovano, perciò, questo Canone “sovraccarico”, troppo appesantito da nomi ed episodi irrilevanti. Perché parlare, si chiedono molti, di Caino e Abele, di Davide e Salomone, quando sarebbe tanto più semplice dire “Ho peccato”? ciò che non comprendono, però, è che la parola stessa peccato ha, nella tradizione biblica e cristiana, una profondità e una densità che l’uomo “moderno” è incapace di cogliere e che fa della sua confessione dei peccati qualcosa di molto differente dal vero pentimento cristiano. La cultura in cui viviamo e che modella la nostra visione del mondo esclude in effetti la nozione di peccato. Perché, se il peccato è innanzitutto la caduta dell’uomo da un’altezza incredibilmente elevata, se è il rigetto da parte dell’uomo della sua “alta vocazione”, ch e cosa può significare tutto questo all’interno di una cultura che ignora e nega questa “altezza” e questa “vocazione”, e definisce l’uomo non a partire “dall’alto”, bensì “dal basso”? Che spazio può avere in una cultura che, anche quando non nega Dio apertamente, è di fatto materialistica da cima a fondo e pensa la vita dell’uomo esclusivamente in termini di beni materiali ignorandone la vocazione trascendente? Il peccato, in tale contesto, è visto in primo luogo come una “debolezza” naturale, dovuta di solito a un “disadattamento”, il quale, a sua volta, ha delle radici sociali e può, quindi essere eliminato da una migliore organizzazione sociale ed economica. Per questo, anche quando confessa i propri peccati, l’uomo “moderno” non si pente più: in base alla comprensione che egli ha della religione, o enumera in modo formale delle trasgressioni formali a regole formali, oppure comunica i propri “problemi” al confessore, attendendosi dalla religione qualche trattamento terapeutico che lo renda di nuovo felice e ben inserito nel suo ambiente. Ma in nessuno dei due casi abbiamo il pentimento come esperienza sconvolgente di colui che vede in se stesso “l’immagine della gloria ineffabile” e si rende conto di averla deturpata, tradita e rifiutata nella propria vita; come dispiacere che viene dal più profondo della coscienza dell’uomo, come desiderio di ritornare, come un arrendersi all’amore e alla misericordia di Dio. Questo il motivo per cui non è sufficiente dire: “Ho peccato”. Una tale confessione prende significato ed efficacia solo se il peccato è compreso e sperimentato in tutta la sua profondità e tristezza.
         Scopo del Grande Canone è proprio quello di rivelarci il peccato e di condurci così al pentimento; ed esso lo svolge non attraverso definizioni ed enumerazioni, bensì attraverso una profonda meditazione sulla grande storia biblica, che è, in effetti, la storia del peccato, del pentimento e del perdono. Questa meditazione ci introduce in un mondo spirituale diverso, ci confronta con una visione totalmente differente dell’uomo, della sua vita, delle sue mete e delle sue motivazioni. Essa ristabilisce in noi il quadro spirituale fondamentale, all’interno del quale ridiventa possibile il pentimento. Per esempio, quando noi ascoltiamo: “Non ho fatto mia la giustizia di Abele, o Gesù, non ti ho offerto un dono accettabile né un’azione divina né un sacrificio puro né una vita immacolata...”, noi comprendiamo che la storia del primo sacrificio, ricordato in forma così breve dalla Bibbia, rivela qualcosa di essenziale riguardo alla nostra propria vita, riguardo all’uomo stesso. Comprendiamo che il peccato è innanzitutto il rifiuto della vita in quanto offerta o sacrificio a Dio o, in altri termini, il rifiuto dell’orientamento della vita a Dio; che il peccato, quindi, è, nelle sue radici, la deviazione del nostro amore dal suo fine ultimo. È questa rivelazione che ci permette allora di affermare qualcosa che è profondamente rimosso dalla nostra esperienza “moderna” della vita, ma che ora diventa “esistenzialmente” vero: “Riempiendo di vita la polvere, tu mi hai dato carne ed ossa alitando il tuo soffio di vita. O Creatore, Redentore e Giudice, accetta il mio pentimento...”.
         Per ascoltare in modo appropriato il Grande Canone è necessario aver indubbiamente una certa conoscenza della Bibbia e la capacità di meditare sul significato che essa ha per noi. Se oggi tanti trovano la Bibbia noiosa e senza interesse, è perché la loro fede non si nutre più alla sorgente delle sante Scritture, che per i Padri della Chiesa erano la sorgente della fede. Dobbiamo reimparare a penetrare nel mondo qual è rivelato dalla Bibbia e a vivere in esso; e per questo non c’è via migliore di quella della liturgia della Chiesa, che non solo ci trasmette gli insegnamenti biblici, ma ci rivela il modo di vivere conforme alla Bibbia. Il viaggio quaresimale comincia così con un ritorno al “punto di partenza”: il mondo della creazione, della caduta e della redenzione; il mondo in cui tutte le cose parlano di Dio e ne riflettono la gloria, in cui tutti gli eventi sono riferiti a Dio, in cui l’uomo trova la vera dimensione della propria vita e, una volta trovata, si converte.
         Il giovedì della quinta settimana, al Mattutino, udiamo ancora, ma questa volta nella sua totalità, il Grande Canone. Se all’inizio della Quaresima esso era come una porta aperta sul pentimento, ora, alla fine della Quaresima, esso appare come una sintesi del pentimento e del suo compimento. Se all’inizio l’abbiamo semplicemente ascoltato, ora – speriamo! – le sue parole sono diventate le nostre parole, la nostra lamentazione, la nostra speranza, il nostro pentimento, e anche il criterio del nostro sforzo quaresimale, il metro con cui misurare il cammino fino ad ora percorso.

da A. Schmemann, Great Lent, St. Vladimir’s Seminary Press 1974