sabato 23 maggio 2015

Domenica di Pentecoste




“La festa della discesa del Santo Spirito”. Pronuncio queste parole che conosco sin dalla mia infanzia e mentre le pronuncio mi colpiscono come se le sentissi per la prima volta. Sì, sin dal tempo in cui ero bambino ho saputo che 10 giorni dopo l’Ascensione, cioè 50 giorni dopo Pasqua, i Cristiani, da tempi immemorabili, celebravano e continuano a celebrare la discesa del Santo Spirito durante una festa conosciuta col suo nome ecclesiale come Pentecoste o, più comunemente, come “Trinità”, il giorno della Trinità.
Da secoli, per preparare questa Festa, le chiese venivano pulite ed ornate con fronde verdi e rami, e si spargeva dell’erba per terra… Il giorno della festa, al momento del Vespro solenne, i fedeli stavano in chiesa con dei fiori in mano. Queste abitudini spiegano come la festa della Pentecoste è entrata nella coscienza popolare e nella letteratura russa come un tipo di celebrazione radiante, brillante come il sole, la festa della fioritura, un gioioso incontro tra gli umani ed il mondo di Dio in tutta la sua bellezza e la sua grazia.
Tutte le religioni, comprese le più antiche e primitive, avevano una festa per la fioritura, una festa per celebrare la prima comparsa di germogli, di piante, di frutta. Nell’antico giudaismo, era la festa di Pentecoste. Se nella religione del Vecchio Testamento, la Pasqua celebrava la risurrezione del mondo e della natura in primavera, allora la Pentecoste ebraica era la festa del passaggio della primavera verso l’estate, celebrando la vittoria del sole e della luce, la festa della pienezza cosmica. Ma nell’Antico Testamento, una festa comune a tutte le società umane acquisisce un nuovo significato: diventa la commemorazione annuale della salita di Mosè sul monte Sinai, dove in un indicibile incontro mistico, Dio rivela se stesso, entrando in un’Alleanza, dando i Comandamenti, e promettendo la Salvezza. In altri termini, la religione cessò di essere semplicemente naturale, e diventa allora l’inizio della storia: Dio aveva rivelato la Sua Legge, i Suoi Comandamenti, il Suo piano per l’umanità, ed aveva mostrato il cammino. La primavera, l’estate, il ciclo naturale eterno, diventò un segno ed un simbolo non soltanto della natura, ma del destino spirituale dell’uomo, e il comandamento di crescere nella pienezza della conoscenza, vita e pienezza perfetta… infine, nell’ultima fase del Vecchio Testamento, con l’insegnamento e la visione dei profeti, questa festa divenne una celebrazione diretta verso l’avvenire, verso la vittoria finale di Dio nella Sua Creazione. Ecco come il profeta Gioele ne parla: Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati”(Gioele 3, 1-5).
È così che la festa ebraica della Pentecoste è una festa della natura e del cosmo, una festa della storia vista come rivelazione della volontà di Dio per il mondo e gli uomini, una festa del trionfo futuro, della vittoria di Dio sul male e della venuta del grande ed ultimo “Giorno del Signore”. Occorre tenere tutto questo a mente per comprendere come i primi Cristiani hanno sperimentato, compreso e celebrato la loro festa di Pentecoste, e perché è diventata una delle più importanti celebrazioni cristiane.
Il Libro degli Atti degli Apostoli, dedicato a narrare la storia dei primi Cristiani e della diffusione iniziale del Cristianesimo, comincia precisamente con il giorno della Pentecoste, descrivendo ciò che si verificò 50 giorni dopo la Risurrezione di Cristo, e 10 giorni dopo la Sua Ascensione al Cielo. Appena prima della Sua Ascensione, Cristo aveva detto ai discepoli di “non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me” (Atti 1, 4). Così 10 giorni dopo, secondo il racconto di san Luca: “E quando il giorno della Pentecoste fu giunto, tutti erano insieme nel medesimo luogo. E subito si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, ed esso riempì tutta la casa dov’essi sedevano. E apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano, e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti furon ripieni dello Spirito Santo, e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi […] E tutti stupivano ed eran perplessi dicendosi l’uno all’altro: Che vuol esser questo? Ma altri, beffandosi, dicevano: Son pieni di vin dolce” (Atti 2, 1-4; 12-13).
A quelli che assistevano alla scena, ed erano rimasti scettici, l’Apostolo Pietro spiegò il significato dell’evento utilizzando le parole del profeta Gioele citate più su. Dice: “Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: ‘E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne’ ” (Atti 2, 16-17).
Di conseguenza, per il Cristiano, la festa della Pentecoste è il completamento di tutto ciò che Cristo ha compiuto. Cristo ha insegnato a proposito del Regno di Dio, ed ecco, ora è aperto! Cristo ha promesso che lo Spirito di Dio avrebbe rivelato la verità, e anche questo, si è compiuto. Il mondo, la storia, la vita, il tempo, tutti sono illuminati dalla luce finale, trascendente, tutti sono riempiti del significato ultimo. L’ultimo e grande giorno del Signore è cominciato!

Protopresbitero Alexander Schmemann


APOLITIKION

Εὐλογητὸς εἶ, Χριστὲ ὁ Θεὸς ἡμῶν, ὁ πανσόφους τοὺς ἁλιεῖς ἀναδείξας, καταπέμψας αὐτοῖς τὸ Πνεῦμα τὸ ἅγιον, καὶ δι' αὐτῶν τὴν οἰκουμένην σαγηνεύσας, φιλάνθρωπε, δόξα σοι.


Benedetto sei Tu, o Cristo Dio nostro, che hai mostrato sapienti i pescatori per aver mandato lo Spirito Santo, e per mezzo di essi hai preso nelle reti il mondo; o amico degli uomini, gloria a te.




L’invocazione dello Spirito Santo nella tradizione siro occidentale


Miniatura della Pentecoste II. Evangeliario siriaco, XIII secolo. 1

Infuocati dallo Spirito

            La tradizione liturgica della Chiesa siro occidentale, chiamata anche Chiesa siro antiochena, possiede un’abbondante patrimonio di testi di anafore eucaristiche, una settantina nell’insieme, di cui una ventina soltanto edite finora. Testi di attribuzione e paternità molto varia: san Giacomo primo vescovo di Gerusalemme, san Marco, san Giovanni Evangelista, Dodici Apostoli, Gregorio di Nazianzo, Severo di Antiochia, Dioscoro, Giacomo di Sarug, cioè nomi di apostoli, e di santi padri legati molti di essi alla tradizione cristologica di questa Chiesa. Ci soffermiamo in modo particolare nell’epiclesi che si trova in alcune di queste anafore, cioè la preghiera di invocazione dello Spirito Santo sul pane e sul vino affinché diventino il Corpo ed il Sangue di Cristo. In tutti i testi anaforici è sempre lo Spirito Santo colui che è invocato per la consacrazione del pane e del vino, allo stesso modo che è Lui che santifica e consacra l’acqua battesimale e l’olio santo. Filosseno di Mabbug, vescovo siriaco nel VI secolo, dirà che: “I misteri appaiono agli occhi degli uomini come semplici cose, ma per l’irruzione dello Spirito Santo ricevono una forza soprannaturale; l’acqua, da una parte, diventa grembo materno che genera dei figli alla vita dello Spirito. L’olio riceve la forza santificatrice che unge e consacra allo stesso tempo corpo ed anima; il pane ed il vino diventano il Corpo ed il Sangue del Figlio di Dio fatto uomo”. Il tema dell’acqua come grembo e il battesimo come nascita è un aspetto molto tipico della teologia siriaca; inoltre ci troviamo di fronte ad una forza e ad una presenza misteriosa che agisce ed opera nell’eucaris­tia; si tratta di una trasformazione e di una presenza divina dello Spirito Santo. Efrem, in una omelia sulla Settimana Santa afferma: “Voi mangerete una Pasqua pura ed immacolata, un pane lievitato e perfetto che lo Spirito Santo ha preparato e ha fatto cuocere, un vino mescolato di fuoco e di Spirito: il Corpo ed il Sangue di Dio, che fu vittima per tutti gli uomini”.
Nelle anafore il sacerdote, dopo la narrazione dell’istituzione dell’eucaristia, invoca lo Spirito Santo sui doni e sulla comunità ecclesiale: “Anco­ra ti chiediamo, Signore di tutto e Dio delle potenze sante, prostrandoci davanti a te sul nostro volto, di mandare il tuo Spirito Santo su queste offerte qui poste…. E rivela che questo pane è il Corpo prezioso del nostro Signore Gesù Cri­sto… E che questo calice è il Sangue del nostro Signore Gesù Cristo…. Perché questi san­ti sacramenti siano per tutti coloro che ne prenderanno: vita, ri­surrezione, remissione dei peccati, gua­rigione del­l'anima e del corpo, il­lumina­zione dello spirito, giustificazione davan­ti al tre­mendo tribunale del tuo Cristo…” (Dodici Apostoli). Nell’anafora di san Giacomo troviamo ben presente tutta la teologia dello Spirito Santo sviluppatasi nella seconda metà del IV secolo, in tre aspetti ben concreti, cioè in quello che lo Spirito Santo è: “il tuo Santissimo Spirito, che è Signore e dà la vita, assiso sul trono insieme con te, Dio e Padre, e con l’unigenito Figlio tuo, che regna con te, della stessa sostanza, coeterno, che ha parlato nella legge, nei profeti e nel Nuovo Testamento...”. Poi in quello che lo Spirito fa, cioè la santificazione dei doni: “Affinché per la sua venuta faccia di questo pane il Corpo di Cristo... E di quello che è mescolato in questo calice il Sangue di Cristo...”. Quindi in quello che i Santi Doni diventano per i fedeli e per la Chiesa: “Affinché questi misteri diano a coloro che li ricevono e ne partecipano, santità dell’anima e del corpo, e producano in essi frutti di buone opere, raffermino la tua santa Chiesa, che tu hai fondato sulla roccia della fede, e contro di essa le porte degli inferi non prevarranno, preservandola da ogni eresia e degli scandali di coloro che trasgredisco­no la fede…”. Quindi da sottolineare la dimensione ecclesiologica della teologia dello Spirito Santo nelle anafore siriache: la santificazione adoperata dallo Spirito sui Santi Doni è in vista alla santificazione dei fedeli, alla purificazione delle loro mancanze e al perdono dei loro peccati. Inoltre nell’anafora attribuita a san Giovanni Evangelista, troviamo una triplice epiclesi, sul sacerdote, sui doni e sui fedeli: “Signore, pieno di bontà e di misericordia, abbi pietà di me e manda su di me e su queste offerte il tuo Spirito vivente, santo e vivificante… Che lui discenda su questi misteri e li santifichi, affinché una volta sceso faccia di questo pane il Corpo di Cristo nostro Dio, e di questo calice il sangue dello stesso Cristo nostro Dio. Affinché questi misteri purifichino i cuori di coloro che ne parteciperanno, rendano spirituali i loro pensieri e santifichino le loro anime…”. Riprendendo l’immagine dello Spirito Santo adoperata nel testo sopra citato di sant’Efrem, Lui è il fuoco nascosto che avvolge il sacerdote che adopera il sacrificio; il fuoco che sorvola l’altare e che discende sui doni all’epiclesi.
Lo Spirito Santo quindi come fuoco, ed i suoi effetti. Gli autori siriaci parleranno del calore, della lievitazione, della cottura, dell’incandescenza..., applicate allo Spirito Santo, come simboli di realtà spirituali. Parlando dello Spirito Santo come fuoco, vogliono sottolineare l’opera divina dello Spirito Santo per mezzo dei Santi Doni: diventati infuocati nello Spirito Santo, per mezzo di essi i fedeli sono vivificati e ricevono i doni dell’immortalità.
            All’invocazione del sacerdote, quindi, lo Spirito Santo, donatore di vita, scende sulle offerte collocate sull’altare e che rappresentano Cristo messo nella tomba. In qualche modo si può dire che il sacerdote invoca lo Spirito Santo affinché renda presente la risurrezione di Cristo sull’altare; cioè dia al Corpo di Cristo messo nella tomba l’immortalità, l’incorruttibilità e lo faccia diventare, come abbiamo letto nell’epiclesi dell’anafora di san Giacomo: “Corpo datore di vita, Corpo che dà la salvezza alle nostre anime e ai nostri corpi, Corpo del Signore, Dio grande e Salvatore nostro Gesù Cristo”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma



giovedì 14 maggio 2015

L’Ascensione del Signore. Iconografia e innografia nella tradizione bizantina.




Tu che per me come me ti sei fatto povero…

          La festa dell’Ascensione del Signore si celebra il quarantesimo giorno dopo la sua risurrezione, cioè il giovedì della sesta settimana di Pasqua. L'icona della festa riprende due testi del Nuovo Testamento: Lc 24,50-53: Poi il Signore condusse i discepoli fuori e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo... e Atti 1,9-11: ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Questo Gesù che è stato assunto di tra voi... tornerà un giorno... Si tratta senz’altro dell'icona dell'Ascensione del Signore, ma anche l’icona della sua seconda venuta. L'immagine è divisa in due parti ben distinte: quella superiore dove si vede Cristo assiso su un trono, ascendente e immobile nella sua gloria, sostenuto da due angeli. Nella parte inferiore l’icona colloca la Madre di Dio in mezzo ai discepoli, tra cui c’è Pietro a destra e Paolo a sinistra, e due angeli in bianche vesti. L'icona dell'Ascensione –e la stessa festa dell'Ascensione come vedremo nei testi liturgici- contempla Cristo nel suo innalzarsi, sostenuto dagli angeli. Quindi dalla sua Ascensione fino al suo ritorno Cristo Signore presiede la sua Chiesa - nell'icona questo è molto evidente; Lui dal suo trono presiede la Chiesa formata dagli apostoli, presiede la preghiera della Chiesa. L'atteggiamento di Maria nell’icona è sempre lo stesso: la preghiera. Lei no guarda in alto -in quasi nessuna icona dell'Ascensione-, ma guarda di fronte, essa stessa guarda la Chiesa per ricordarle la necessità della veglia, dell'’attesa, della preghiera. Icona dell'Ascensione di Cristo, ma anche l'icona della Chiesa nata dalla croce di Cristo: nell’icona su potrebbe anche legere una croce formata dall’asse verticale da Cristo a Maria, e l’asse orizzontale che percorre le teste degli angeli in bianche vesti e gli apostoli stessi; icona della Chiesa che vive da e nella preghiera della comunità e dalla testimonianza degli apostoli, mentre è nella attesa del ritorno del suo Signore.
          L’icona dell'Ascensione e i testi dell'ufficiatura della festa sottolineano come il Signore, ascendendo in cielo esalta l’umanità da noi assunta: “Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesú, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l=hai fatta sedere con te accanto al Padre. Per questo le celesti schiere degli incorporei, sbigottite per il prodigio, estatiche stupivano e, prese da tremore, magnificavano il tuo amore per gli uomini…”.
          L’Ascensione del Signore nei testi della liturgia della festa è sempre pegno della sua promessa e della missione dello Spirito Santo. L’icona della festa della Pentecoste infatti riprenderà quasi uguale la parte inferiore dell'icona dell'Ascensione: in ambedue vediamo la Madre di Dio e gli apostoli in atteggiamento di preghiera contemplando il Cristo ascendente; la Madre di Dio e gli apostoli, la Chiesa stessa in atteggiamento di preghiere per ricevere il dono dello Spirito Santo: “Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro. Il Padre riceve colui che dall'eternità, nel suo seno dimora… Signore, quando gli apostoli ti videro sollevarti sulle nubi, gemendo nel pianto, pieni di tristezza, o Cristo datore di vita, tra i lamenti dicevano: O Sovrano, non lasciare orfani i tuoi servi che tu, pietoso, hai amato nella tua tenera compassione: mandaci, come hai promesso, lo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre…”.
          Tutta l’economia della nostra salvezza, il mistero dell'incarnazione del Verbo di Dio, viene riassunto in uno dei tropari del vespro, che lo presenta con l’immagine della povertà assunta dal Signore nel suo farsi uomo: “Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre”.
          Uno dei tropari dell'ufficiatura del vespro canta l’ascensione del Signore servendosi del salmo 23 nella sua forma dialogica, così come lo troviamo anche nella stessa notte di Pasqua nella liturgia bizantina: “Mentre tu ascendevi, o Cristo, dal Monte degli Ulivi, le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l'un l'altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria. Ma perché sono rossi i suoi vestiti? Viene da Bosor, cioè dalla carne. E tu, dopo esserti assiso in quanto Dio alla destra della Maestà, ci hai inviato lo Spirito Santo per guidare e salvare le anime nostre”.
          Icona e festa dell'Ascensione del Signore; icona e festa della sua seconda  venuta. Diversi dei testi del mattutino della festa sottolineano questo doppio aspetto, commentando quasi iconograficamente l’uno e l’altro: “Uccisa la morte con la tua morte, o Signore, hai preso con te quelli che amavi, sei salito al santo Monte degli Ulivi, e di là sei asceso al tuo Genitore, o Cristo, portato da una nube… Agli apostoli che continuavano a guardare dissero gli angeli: Uomini di Galilea, perché restate sbigottiti per l'ascensione del Cristo, datore di vita? Così egli stesso verrà di nuovo sulla terra per giudicare tutto il mondo, quale giustissimo Giudice…”. Il tropario della festa raccoglie i diversi aspetti della festa stessa: “Sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, rallegrando i discepoli con la promessa del Santo Spirito: essi rimasero confermati dalla tua benedizione, perché tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo”.

P. Manuel Nin, Pontificio Collegio Greco, Roma.




APOLITIKION

νελήφθης ν δόξ, Χριστ Θες μν, χαροποιήσας τος Μαθητάς, τ παγγελί το γίου Πνεύματος· βεβαιωθέντων ατν δι τς ελογίας, τι σ ε Υός το Θεο, λυτρωτς το κόσμου.


Ascendesti nella gloria, o Cristo Dio nostro, e rallegrasti i discepoli con la promessa del Santo Spirito, essendo essi confermati per la tua benedizione, che tu sei il Figlio di Dio, il Redentore del mondo.





sabato 4 aprile 2015

Cristo è Risorto




La mia fede in Cristo non deriva dall’opportunità che mi è stata data di partecipare sin dalla prima infanzia alla celebrazione pasquale. Piuttosto la mia fede è nata dalla stessa esperienza del Cristo vivente, perché Pasqua, quella notte unica che riempie di luce, di gioia e di una tale forza vittoriosa, è resa possibile nel saluto: “Cristo è risorto! Veramente è risorto!”. Come e quando è nata? Non lo so, non ricordo. So soltanto che ogni volta che apro l’Evangelo e leggo di Cristo, leggo le sue parole, leggo il suo insegnamento, consapevolmente mi ripeto, con tutto il mio cuore ed il mio essere, ciò che è stato detto da coloro che erano stati inviati per arrestare Cristo, ma che ritornarono dai farisei senza di Lui: “Nessun uomo mai ha parlato come quest’uomo” (Giovanni 7, 46). Pertanto, quello che so è prima di tutto che l’insegnamento di Cristo è vivo, e che niente sulla terra può essere paragonato ad esso. E questo insegnamento è su di Lui, sulla vita eterna, sulla vittoria sulla morte, su un amore che vince e vince la morte. So bene che in una vita dove tutto sembra così difficile e faticoso, una costante che non cambia mai e mai mi lascia è questa interiore consapevolezza che Cristo è con me. “Non vi lascerò orfani, verrò a voi” (Giovanni 14, 18). E viene a dare il segno sensibile della sua presenza attraverso la preghiera, con un fremito dell’anima, con una gioia così incomprensibile, e tuttavia molto viva, con la sua misteriosa, ma così certa presenza in chiesa durante le ufficiature e nei sacramenti. Questa esperienza di vita è in continua crescita, questa conoscenza, questa consapevolezza che diventa così evidente, che Cristo è qui e che la sua parola è stata compiuta: chi mi ama, “io lo amo e mi manifesterò a lui” (Giovanni 14, 21). E sia che mi trovi in mezzo alla folla, o da solo, questa certezza della sua presenza, questa potenza della sua parola, questa gioia della fede in Lui resta con me. Questa è l’unica risposta e l’unica prova.“Perché cercate il Vivente fra i morti? Perché piangete in mezzo alla corruzione Colui che non ha conosciuto la corruzione?”. Tutto il Cristianesimo, dunque, è l’esperienza di fede ripetuta ancora e ancora, come se fosse la prima volta, attraverso la sua incarnazione in riti, parole, musica e colori. Al non credente, può effettivamente sembrare come un miraggio; sente solo parole, vede solo incomprensibili cerimonie, e comprende solo esteriormente. Ma per i credenti, tutto questo si irradia dall’interno, e non come prova della propria fede, ma come il suo risultato, così come la sua vita nel mondo, nell’umanità, nella storia. Pertanto, le tenebre e la tristezza del Santo Venerdì sono per noi qualcosa di reale, vivo, contemporaneo; possiamo piangere sotto la croce ed esperire tutto ciò che ha avuto luogo in questo trionfo del male, della slealtà, della codardia e del tradimento; possiamo contemplare il vivificante sepolcro nel Santo Sabato, con entusiasmo e speranza. E quindi, ogni anno possiamo celebrare il periodo pasquale, la Pasqua, la Risurrezione. Perché la Pasqua non è il ricordo di un evento del passato. È l’incontro reale nella felicità e nella gioia, con Colui che i nostri cuori molto tempo fa hanno conosciuto e incontrato come la Vita e la Luce di tutta la luce. La notte di Pasqua testimonia che Cristo è vivo ed è con noi, e che noi siamo vivi con Lui. L’intera celebrazione è un invito a guardare il mondo e la vita, ed ecco il sorgere del mistico giorno del Regno della Luce. “Oggi comincia il profumo della Primavera”, canta la Chiesa, “e la nuova creazione esulta...”. Si esulta nella fede, nell’amore e nella speranza.
Questo è il giorno della Risurrezione,
cerchiamo di essere illuminati dalla festa,
abbracciamoci l’un l’altro,
chiamiamo “fratelli” anche quelli che ci odiano,
e perdoniamo tutti a motivo della Risurrezione,
e così gridiamo: Cristo è risorto dai morti,
ha calpestato la morte con la morte,
e a chi giace nei sepolcri ha donato la vita.

Cristo è risorto!

Padre Alexander Schmemann

Χριστός ανέστη - Cristo è risorto








Il Grande e Santo Sabato


Questo è il Benedetto Sabato

Il “Grande e Santo sabato” è il giorno che collega il Santo Venerdì, la commemorazione della Croce, con il giorno della Risurrezione di Cristo. Per molti la vera natura e il significato di questa “connessione”, la stessa necessità di questo “giorno intermedio”, rimane oscuro. Per una buona maggioranza di fedeli, i giorni “importanti” della Santa Settimana sono Venerdì e Domenica, la Croce e la Risurrezione. Questi due giorni, tuttavia, restano in qualche modo “disconnessi”. Vi è un giorno di dolore, e poi, vi è il giorno della gioia. In questa sequenza, il dolore è semplicemente sostituito dalla gioia… Ma secondo l’insegnamento della Chiesa, espresso nella sua tradizione liturgica, la natura di tale sequenza non è quella di una semplice sostituzione. La Chiesa proclama che Cristo “ha calpestato la morte con la morte”. Ciò significa che, anche prima della risurrezione, ha luogo un evento in cui il dolore non è semplicemente sostituito dalla gioia, ma è trasformato in gioia. Il Grande Sabato è precisamente questo giorno di trasformazione, il giorno in cui la vittoria cresce da dentro alla disfatta, quando prima della Risurrezione, ci è dato di contemplare la morte della stessa morte... tutto questo è espresso, e ancor di più, tutto questo in realtà avviene ogni anno in questa meravigliosa ufficiatura mattutina, in questa commemorazione liturgica che diventa per noi una salvezza e una trasformazione attuale.
Salmo 118 – L’amore per la Legge di Dio
Giungendo alla Chiesa per il Mattutino del Santo Sabato, il Venerdì è stato liturgicamente appena completato. Il dolore del Venerdì è, quindi, il tema iniziale, il punto di partenza del Mattutino del Sabato. Si comincia come un’ufficio funebre, come un lamento su un corpo morto. Dopo il canto dei tropari del funerale e una lenta incensazione della chiesa, i celebranti appressano l’Epitaphion. Siamo alla tomba di nostro Signore, contempliamo la sua morte, la sua sconfitta. Il Salmo 118 è cantato e ad ogni versetto si aggiunge una speciale “ode”, che esprime l’orrore degli uomini e di tutta la creazione prima della morte di Gesù:

O colline e valli,
la moltitudine degli uomini,
e la creazione tutta, piangete e fate lamento con me,
la Madre del vostro Dio. (I: 69)

E ancora, fin dall’inizio, insieme con questo iniziale tema del dolore e del pianto, fa la sua comparsa un nuovo tema che diventerà sempre più evidente. Ritroviamo tutto ciò, prima di tutto, nel Salmo 118 – “Beati coloro la cui strada è innocente, che camminano nella legge del Signore. Nella nostra prassi liturgica odierna questo salmo è utilizzato solo per l’ufficiatura del “funerale”, quindi per il credente medio ha una connotazione “funebre”. Ma nella tradizione liturgica antica questo salmo costituiva una delle parti essenziali della veglia della Domenica, la commemorazione settimanale della Risurrezione di Cristo. Il suo contenuto non è in tutto “funebre”. Questo salmo è la più pura e massima espressione di amore per la legge di Dio, vale a dire, per il disegno Divino sull’uomo e sulla sua vita. La vera vita, quella che l’uomo ha perso con il peccato, consiste nel mantenimento, nel compimento della Legge divina, che è la vita con Dio, in Dio e per Dio, per cui l’uomo è stato creato.
Gioisco seguendo le tue testimonianze, come se possedessi tutte le ricchezze... (v. 14)
Mi diletterò nei tuoi statuti... (v. 16)
E poiché Cristo è l’immagine dell’adempimento perfetto di questa legge, dal momento che tutta la sua vita non ha avuto altro “contenuto”, se non il compimento della volontà del Padre suo, la Chiesa interpreta questo salmo come le parole di Cristo stesso, dette a suo Padre dalla tomba.
Vedi come amo i tuoi precetti! Signore, dammi la vita secondo la tua bontà... (v. 159)
La morte di Cristo è l’ultima prova del suo amore per la volontà di Dio, della sua obbedienza al Padre. Si tratta di un atto di pura obbedienza, di piena fiducia nella volontà del Padre, e per la Chiesa è proprio questa obbedienza fino alla fine, questa perfetta umiltà del Figlio che costituisce il fondamento, l’inizio della Sua vittoria. Il Padre chiede questa morte, il Figlio la accetta, rivelando una incondizionata fiducia nella perfetta volontà del Padre, nella necessità di questo sacrificio del Figlio chiesto dal Padre. Il 118 è il salmo di tale obbedienza, e quindi l’annuncio che nell’obbedienza il trionfo è iniziato.

L’incontro con la morte

Ma perché il Padre chiede questa morte? Perché è necessaria? La risposta a questa domanda costituisce il terzo tema della nostra ufficiatura, che appare prima nelle “lodi”, che seguono ogni versetto del Salmo 118. Esse descrivono la morte di Cristo come la sua discesa nell’Ade. “Ade” nel linguaggio biblico significa concretamente il regno della morte, che Dio non ha creato e che non vuole, ma significa anche che il principe di questo mondo è onnipotente nel mondo. Satana, il peccato, la morte – sono queste le “dimensioni” dell’Ade, il suo contenuto. Il peccato proviene da Satana e la Morte è il risultato del peccato – “il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte” (Romani 5, 12), “La morte ha regnato da Adamo a Mosè” (Romani 5, 14), l’intero universo è divenuto un cimitero cosmico, è stato condannato alla distruzione e disperazione. Ed è per questo che la morte è “l’ultimo nemico” (I Corinzi 15, 20) e la sua distruzione costituisce il fine ultimo della Incarnazione. Questo incontro con la morte è l’“ora” di Cristo, della quale ha detto “per quest’ora sono venuto”. (Giovanni 12, 27). Adesso, quest’ora è venuta e il Figlio di Dio entra nella Morte. I Padri sono soliti descrivere questo momento come un duello tra Cristo e la Morte, tra Cristo e Satana. Per questo la morte doveva essere l’ultimo trionfo di Satana, o la sua decisiva sconfitta. Il duello si evolve in diverse tappe. In un primo momento, le forze del male sembrano trionfare. Colui che è Giusto viene crocifisso, abbandonato da tutti, e soffre una morte vergognosa. Egli inoltre diviene partecipe dell’“Ade”, di questo luogo di tenebre e disperazione… ma è in questo momento che viene rivelato il vero significato di questa morte. Colui che muore sulla croce ha la Vita in Sé stesso, vale a dire, egli non ha la vita come un dono ricevuto dall’esterno, un dono che quindi può essergli portato via, ma come Sua propria essenza. Egli è la vita e la Sorgente di tutta la vita. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. L’uomo Gesù muore, ma questo Uomo è il Figlio di Dio. Come uomo, Egli può veramente morire, ma in Lui, Dio stesso entra nel regno della morte, partecipa della morte. È questo l’unico, l’incomparabile significato della morte di Cristo. In essa, l’uomo che muore è Dio, o per essere più esatti, il Dio-Uomo. Dio è il Santo Immortale; e solo nell’unità “senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione” del Dio e dell’Uomo in Cristo la morte umana può essere “assunta” da Dio e superata e distrutta dall’interno, può essere “calpestata dalla morte”.

La morte è sconfitta dalla Vita

Ora si comprende il motivo per cui Dio vuole quella morte, perché il Padre dona il Suo Figlio Unigenito ad essa. Egli vuole la salvezza degli uomini, vale a dire, che la distruzione della morte non deve essere un atto della sua potenza (“Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in questo istante più di dodici legioni d’angeli?” Matteo 26, 53), non una violenza, anche se per la salvezza, ma un atto di quell’amore, di quella libertà e di quella libera dedizione a Dio attraverso cui Egli ha creato l’uomo. Perché qualsiasi altra salvezza sarebbe stata in contrasto con la natura dell’uomo, e, quindi, non una vera e propria salvezza. Di qui la necessità dell’Incarnazione e la necessità di quella morte Divina. In Cristo, l’uomo ristabilisce l’obbedienza e l’amore. In Lui, l’uomo vince il peccato e il male. Era essenziale che la morte non venisse distrutta solo da Dio, ma vinta e calpestata dalla stessa natura umana, dall’uomo e attraverso l’uomo. “Poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti” (I Corinzi 15, 21). Cristo accetta liberamente la morte; della sua vita Egli dice che “nessun uomo me la toglie, ma io la depongo da me” (Giovanni 10, 18). Non lo fa senza una lotta: “e cominciò a essere triste e angosciato” (Matteo 26, 37). Qui è compiuta la misura della sua obbedienza e, quindi, qui avviene la distruzione della causa morale della morte, della morte come riscatto per il peccato. L’intera vita di Gesù è in Dio, come ogni vita umana deve essere, ed è questa pienezza di vita, questa vita piena di significato e di contenuti, piena di Dio, che vince la morte, distrugge il suo potere. Per la morte è, soprattutto, una mancanza di vita, una distruzione della vita che ha tagliato da sé la sua unica fonte. E poiché la morte di Cristo è un movimento di amore verso Dio, un atto di obbedienza e di fiducia, di fede e di perfezione – essa è un atto di vita (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”, Luca 23, 46) che distrugge la morte. È la morte della morte stessa.Tale è il significato della discesa di Cristo nell’Ade, della Sua morte divenuta la Sua vittoria. E la luce di questa vittoria ora illumina la nostra veglia di fronte la Tomba.

O Vita, come puoi Tu morire?
Come puoi Tu abitare in una tomba?
Eppure, con la tua morte, Tu hai distrutto il regno della morte,
e hai sollevato tutti morti dagli inferi. (1:2)
In una tomba, o Cristo,
hanno posto Te, la Vita.
Con la tua morte hai rigettato la potenza della morte
e diventa fonte di vita per tutto il mondo. (1:7)
O, quanto è grande la gioia,
come la gioia piena,
Tu che hai portato ai prigionieri dell’Ade,
come un fulmine lampeggiante nella sua cupa profondità. (1:49)

La vita entra nel Regno della morte. La Divina Luce splende nelle sue terribili tenebre. Essa risplende per tutti coloro che sono lì, perché Cristo è la vita di tutti, l’unica sorgente di ogni vita. Di conseguenza anche muore per tutti, dato che ciò che accade alla Sua vita – avviene nella Vita stessa... Questa discesa nell’Ade è l’incontro della Vita di tutti con la morte di tutti:

Desiderando salvare Adamo,
Tu scendesti sulla terra.
Non trovandolo sulla terra, o Signore,
Tu scendesti nell’Ade in cerca di lui. (1:25)

Il dolore e la gioia sono in lotta tra loro e adesso la gioia è sul punto di vincere. Le “lodi” sono terminate. Il dialogo, il duello tra la vita e la morte arriva alla sua conclusione. E, per la prima volta, il canto di vittoria e di trionfo, il canto di gioia risuona. E risuona nei “tropari al Salmo 118”, cantati in ogni vigilia della Domenica, all’approssimarsi del giorno della Risurrezione:
Le angeliche schiere furono piene di stupore quando videro Te tra i morti! Con la distruzione del potere della morte, o Salvatore, Tu rialzasti Adamo e salvasti tutti gli uomini dall’inferno!
Nella tomba il radioso angelo gridava alle mirofore, “Perché, o donne, mescolate alla mirra le vostre lacrime? Guardate il sepolcro e comprendete: il Salvatore è risorto dai morti!”.
La Tomba Vivificante

Dopo viene il bel Canone del Grande Sabato, in cui ancora una volta tutti i temi di questa ufficiatura dal lamento funebre alla vittoria sulla morte sono ripresi e approfonditi, e che termina con questo ordine:
Si rallegri la creazione! Tutti i nati sulla terra, si rallegrino! Perché l’odioso inferno è stato spogliato. Lasciate venire incontro a me le donne con la mirra; perché Io sono il Redentore di Adamo ed Eva e di tutti i loro discendenti, e il terzo giorno risorgerò!
“E il terzo giorno risorgerò!”. Da ora l’ufficiatura si illumina della gioia pasquale. Siamo ancora in piedi davanti alla Tomba, ma ci è stata rivelata come la Tomba vivificante. La vita riposa in essa, una nuova creazione è stata generata, e ancora una volta, il Settimo Giorno, il giorno del riposo del Creatore da tutte le sue opere. “La vita dorme e tremano gli inferi" – e noi contempliamo, in questo benedetto sabato, la solenne quiete di Colui che ci porta di nuovo la vita: “Venite, vediamo la nostra vita che giaceva nel sepolcro…”. Il senso pieno, la profondità mistica del Settimo Giorno, come il giorno del compimento, il giorno di realizzazione è ora rivelato, perché
Il grande Mosè misticamente prefigurò questo giorno, quando ha detto,
Dio benedisse il settimo giorno.
Questo è il Benedetto sabato;
questo è il giorno di riposo,
in cui il Figlio Unigenito di Dio si riposò da tutte le sue opere.
Patendo la morte, per realizzare il disegno di salvezza,
Ha mantenuto il Sabato nella carne;
tornando di nuovo a ciò che Egli è stato,
Egli ci ha concesso la vita eterna con la Sua risurrezione,
perchè Egli solo è buono, e ha amore per l’uomo.
Ora facciamo il giro della Chiesa in una solenne processione con l’Epitaphion, ma non si tratta di una processione funebre. È il Figlio di Dio, il Santo immortale, che procede attraverso le tenebre dell’Ade, annunciando a “tutte le generazioni di Adamo” la gioia della futura risurrezione. “Sorgendo prima della notte”, Egli proclama, “i morti si solleveranno, quelli nelle tombe si sveglieranno, e tutti coloro che sono sulla terra gioiranno pienamente”.

L’Attesa della Vita

Si ritorna alla Chiesa. Conosciamo già il mistero della vita della vivificante morte Cristo. L’Ade è distrutto. L’Ade trema. E ora appare l’ultimo tema – il tema della Resurrezione.
Il Sabato, il settimo giorno, realizza e completa la storia della salvezza, il suo ultimo atto è la sconfitta della morte. Ma dopo il Sabato arriva il primo giorno di una nuova creazione, di una nuova vita che nasce dalla tomba. Il tema della Risurrezione è inaugurato nel Prokeimenon:
Sorgi, o Signore, e aiutaci! Liberaci per amore del tuo Nome. Abbiamo sentito con le nostre orecchie, o Dio...
E prosegue nella prima lettura: la profezia di Ezechiele sulle ossa secche (cap. 37). “…ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche”. È la morte a trionfare nel mondo, il buio, la disperazione di questa universale condanna a morte. Ma Dio parla al profeta. Egli annuncia che questa sentenza non è il destino ultimo dell’uomo. Le ossa secche ascolteranno le parole del Signore. I morti vivranno di nuovo. “Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d’Israele”. A seguito di questa profezia viene il secondo prokeimenon – con lo stesso appello, la stessa preghiera:
Sorgi, Signore mio Dio, alza la tua mano! …
Come è successo, come è possibile questa risurrezione universale? La seconda lettura (I Corinzi 5, 6; Galati 3, 13-14) dà la risposta: “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta...”, Cristo, nostra Pasqua, è questo fermento della risurrezione di tutti. Come la sua morte distrugge il principio stesso della morte, la sua risurrezione è il segno della risurrezione di tutti, perché la sua vita è la sorgente di ogni vita. E i versi dell’“Alliluia”, gli stessi versi che apriranno il servizio di Pasqua, sanciscono questa risposta definitiva, la certezza che il tempo della nuova creazione, il giorno senza tramonto, è iniziato:
Alliluia! Alliluia! Sorga Dio! I suoi nemici si disperdano! Fuggano davanti a lui quelli che lo odiano... Alliluia! Alliluia! Come si disperde il fumo, tu li disperdi, come fonde la cera di fronte al fuoco!

La lettura delle profezie è finita. Eppure, abbiamo sentito solo profezie. Siamo ancora nel Grande Sabato di fronte alla tomba di Cristo, e dobbiamo vivere questo lungo giorno, prima di sentire a mezzanotte: “Cristo è risorto”, prima di entrare nella celebrazione della Sua Risurrezione. Così, la terza lettura – Matteo 27, 62-66 – che completa l’ufficio, ci dice ancora una volta di più sulla Tomba – che “assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia”. Ma è qui, probabilmente, alla fine del Mattutino, che il senso ultimo di questo “giorno intermedio” si manifesta. Cristo è risuscitato dai morti, la Sua Risurrezione si celebrerà il Giorno di Pasqua. Questa celebrazione, tuttavia, commemora un evento del passato, e anticipa un mistero del futuro. È già la Sua Risurrezione, ma non ancora la nostra. Dovremo morire, accettare la morte, la separazione, la distruzione. La nostra realtà in questo mondo, in questo “aeon”, è la realtà del Grande Sabato, questo giorno è la vera immagine della nostra condizione umana. Noi crediamo nella risurrezione, perché Cristo è risorto dai morti. Noi aspettiamo la risurrezione. Sappiamo che la morte di Cristo non è più la disperazione, la conclusione ultima di tutto. Battezzati nella sua morte, già partecipiamo della sua vita, che è venuta fuori dalla tomba. Noi riceviamo il suo Corpo e Sangue, che sono il cibo di immortalità. Abbiamo in noi stessi il segno, l’anticipazione della vita eterna. Tutta la nostra Cristiana esistenza è misurata da questi atti di comunione per la vita del “nuovo aeon” del Regno, e noi siamo ancora qui, e la morte è nostra inevitabile parte.Ma questa vita tra la Risurrezione di Cristo e il giorno della risurrezione comune, non è proprio la vita nel Grande Sabato? Non è l’attesa la categoria di base ed essenziale dell’esperienza cristiana? Noi aspettiamo nell’amore, nella speranza e nella fede. E questo nell’attesa per “la risurrezione e la vita del mondo a venire”, questa vita che è “nascosta con Cristo in Dio” (Colossesi 3, 34), questa crescita dell’attesa nell’amore, nella certezza; tutto questo è il nostro “Grande Sabato”. A poco a poco, tutto in questo mondo diventa trasparente per la luce che proviene da lì, “l’immagine di questo mondo” passa e questo attraverso l’indistruttibile vita con Cristo diventa il nostro supremo e ultimo valore. Ogni anno, al Grande Sabato, dopo questo ufficio mattutino, siamo in attesa per la notte di Pasqua e la pienezza della gioia Pasquale. Sappiamo che ci stiamo avvicinando – e ancora, come è lento questo approccio, come è lungo questo giorno! Ma non è la meravigliosa quiete del Grande Sabato il simbolo della nostra stessa vita in questo mondo? Non siamo sempre in questo “giorno intermedio”, nell’attesa della Pasqua di Cristo, preparandoci per il giorno senza tramonto del suo Regno?


Di Padre Alexander Schmemann

venerdì 3 aprile 2015

Epitafios Thrinos




Tafos - Chiesa di Sant Atanasio dei Greci




Particolare dell' Epitafios - Chiesa di Sant Atanasio







Grande e Santo Venerdì: La Deposizione




Dalla luce del Santo Giovedì, si entra nelle tenebre del Venerdì, il giorno della Passione di Cristo, della Morte e della Sepoltura. Nella Chiesa antica questo giorno veniva chiamato “Pasqua della Croce”, perché esso è davvero l’inizio di questa Pasqua o Passaggio il cui senso ci sarà progressivamente rivelato, in primo luogo, nella meravigliosa quiete del Grande e Benedetto Sabato, e, poi, nella gioia del giorno della Risurrezione. Ma, in primo luogo, le Tenebre. Se solo riuscissimo a capire che nel Santo Venerdì le tenebre non sono solo simboliche e commemorative! Molto spesso guardiamo la bellezza e la solenne tristezza di queste ufficiature in uno spirito di auto-redenzione e di auto-giustificazione. Duemila anni fa uomini cattivi hanno ucciso Cristo, ma oggi noi – il buon popolo cristiano – innalziamo sontuosi sepolcri nelle nostre chiese – non è questo il segno della nostra bontà? Eppure, il Santo Venerdì non si occupa solo del passato. È il giorno del Peccato, il giorno del Male, il giorno in cui la Chiesa ci invita a renderci conto della loro terribile realtà e del loro potere in “questo mondo”. Perché il Peccato e il Male non sono scomparsi, ma, al contrario, costituiscono ancora la legge fondamentale del mondo e della nostra vita. E noi che ci diciamo cristiani, non facciamo molto spesso nostra questa logica del male che ha portato il Sinedrio ebraico e Ponzio Pilato, i soldati Romani e tutta la folla ad odiare, torturare e uccidere Cristo? Da quale parte, con chi saremmo stati, se fossimo vissuti a Gerusalemme sotto Pilato? Questa è la domanda indirizzata a noi in ogni parola dell’ufficiatura del Santo Venerdì. È, infatti, il giorno di questo mondo, e la sua condanna reale e non simbolica, il giudizio reale e non rituale sulla nostra vita… È la rivelazione della vera natura del mondo, che poi ha preferito, e preferisce ancora, le tenebre alla luce, il male al bene, la morte alla vita. Dopo aver condannato a morte Cristo, “questo mondo” ha condannato a morte sé stesso nella misura in cui accetta il suo spirito, il suo peccato, il suo tradimento di Dio – siamo anche noi condannati... Questo è il primo e terribilmente reale significato del Santo Venerdì – una condanna a morte... Ma questo giorno del Male, della sua manifestazione e trionfo finale, è anche il giorno della Redenzione. La morte di Cristo si rivela a noi come morte oikonomicaper noi e per la nostra salvezza. Si tratta di una Morte oikonomica perché è il totale, perfetto e supremo Sacrificio. Cristo dona la Sua Morte al Padre Suo e dona la Sua Morte a noi. A Suo Padre, perché, come vedremo, non vi è altro modo per distruggere la morte, per salvare gli uomini da essa, ed è la volontà del Padre che gli uomini siano salvati dalla morte. A noi, perché in assoluta verità Cristo muore al posto nostro. La morte è il naturale frutto del peccato, un castigo immanente. L’uomo ha scelto di stare lontano (alienato) da Dio, ma non avendo la vita in sé stesso e da sé stesso, muore. Eppure in Cristo non vi è alcun peccato e, quindi, nessuna morte. Egli accetta di morire solo per nostro amore. Vuole assumere e condividere la nostra condizione umana sino alla fine. Accetta il castigo della nostra natura, come si è assunto l’intero onere del genere umano. Muore perché si è veramente identificato con noi, ha preso su di sé la tragedia della vita dell’uomo. La sua morte è l’ultima rivelazione della Sua compassione e del Suo amore. E poiché il suo morire è amore, compassione e condivisione della sofferenza, nella Sua morte, la natura stessa della morte è stata cambiata. Da punizione diventa radioso atto d’amore e di perdono, la fine dell’alienazione e della solitudine. La condanna è trasformata in perdono... E, infine, la sua morte è una morte oikonomicamente salvifica, perché distrugge la fonte stessa della morte: il male. Accettando nell’amore tutto questo, dando sé stesso ai suoi uccisori e permettendo loro un’apparente vittoria, Cristo rivela che, in realtà, questa vittoria è la totale e decisiva sconfitta del Male. Per essere vittorioso il Male deve annientare il Bene, deve dimostrare di essere la verità ultima sulla vita, screditare il Bene e, in una parola, mostrare la propria superiorità. Ma in tutta la Passione è Cristo e Lui solo che trionfa. Il Male non può fare nulla contro di Lui, poiché non può indurre Cristo ad accettare il Male come verità. L’Ipocrisia si rivela come Ipocrisia, l’Omicidio in quanto Omicidio, la Paura quale Paura; e come Cristo avanza in silenzio verso la Croce e la Fine, così la tragedia umana raggiunge il Suo culmine, il Suo trionfo, la Sua vittoria sul male, la Sua glorificazione divenuta sempre più evidente. E ad ogni passo questa vittoria è riconosciuta, confessata, proclamata – da parte della moglie di Pilato, da Giuseppe, dal ladro crocifisso, da parte del centurione. E quando Lui muore sulla Croce avendo accettato l’ultimo orrore della morte: la solitudine assoluta (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), non rimane null’altro da confessare se non che “veramente questo era il Figlio di Dio!...”. E, quindi, è questa Morte, questo Amore, questa obbedienza, la pienezza della Vita che distrugge ciò che rese la morte un destino universale. “E le tombe si aprirono...” (Matteo 27, 52). Appaiono già i raggi della risurrezione. Questo è il duplice mistero del Santo Venerdì, rivelato nelle sue ufficiature che ci rendono di esso partecipi. Da un lato, vi è la costante attenzione sulla Passione di Cristo come il peccato di tutti i peccati, il crimine di tutti i crimini. Dal Mattutino, nel corso del quale la lettura dei dodici Evangeli della Passione ci fa seguire passo per passo le sofferenze di Cristo, alle Ore (che sostituiscono la Divina Liturgia: il divieto di celebrare in questo giorno l’Eucaristia significa che il sacramento della presenza di Cristo non appartiene a “questo mondo” di peccato e di tenebre, ma è il sacramento del “mondo che verrà”) e, infine, i Vespri, gli uffici della sepoltura di Cristo, gli inni e le letture sono pieni di solenni accuse di coloro che volontariamente e liberamente decisero di uccidere Cristo, che addussero a giustificazione per questo omicidio la loro religione, la loro lealtà politica, le loro considerazioni pratiche e la loro obbedienza professionale. Ma, dall’altro lato, il sacrificio d’amore che prepara la vittoria finale è altresì presente fin dall’inizio. Dalla lettura del primo Evangelo (Giovanni 13, 31), che inizia con il solenne annuncio di Cristo: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e in Lui Dio è stato glorificato”, agli stichira alla fine del Vespro – vi è l’accrescersi della luce, il lento evolversi della speranza e della certezza che “la morte sarà calpestata dalla morte...”

“Quando Tu, il Redentore di tutti,
fosti posto per tutti nel sepolcro nuovo,
l’Ade, che di nessuno ha timore, vedendo Te si chinò impaurito.
I chiavistelli furono infranti, le porte sconquassate,
le tombe furono aperte, i morti risuscitati.
Allora Adamo, con gioiosa gratitudine, Ti gridò:
“Gloria alla tua condiscendenza, o Misericordioso Sovrano”.

E quando, alla fine dei Vespri, abbiamo posto al centro della Chiesa, l’immagine di Cristo nel sepolcro, quando questo lungo giorno sta giungendo alla sua fine, sappiamo che siamo giunti alla fine della lunga storia della salvezza e della redenzione. Il Settimo Giorno, il giorno di riposo, il benedetto Sabato sta giungendo e con esso – la rivelazione della Tomba Vivificante.

Rev. Alexander Schmemann, Holy Week: A Liturgical Explanation for the Days of Holy Week (La Santa Settimana: Spiegazione Liturgica per i giorni della Santa Settimana), pubblicato da St Vladimir’s Seminary Press.